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TENNIS: US OPEN 

Berrettini, c’è Nadal l’amico Sonego ci crede «Adesso può batterlo»

Stefano Semeraro
Berrettini, c’è Nadal l’amico Sonego ci crede «Adesso può batterlo»

Il pronostico dell’altro azzurro, grande amico di Matteo «Deve tirare in mezzo al campo e accelerare improvvisamente»

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«Certo che l’ho vista la partita. Ero in tensione piena. Appena è finita ho mandato un messaggio a Matteo: sei un grande, ti voglio bene. Te la meriti». Lorenzo Sonego è il miglior amico di Matteo Berrettini. Sono cresciuti insieme, il romano e il torinese, un anno di differenza come età, hanno iniziato ad affacciarsi insieme al circuito e ancora oggi condividono il ct (consigliere tecnico) Umberto Rianna, che si accomoda volentieri nei panni di vice di Vincenzo Santopadre e Gipo Arbino.

La «tensione piena» per Matteo mercoledì notte, quei cinque set vinti, persi e rivinti contro Monfils sul Centrale di Flushing Meadows li hanno vissuti, e tremati, in tanti, a New York e da casa. Lorenzo, ma anche il mental coach Stefano Massari, tutti incatenati davanti a quasi quattro ore di un film «che mi ha ricordato Django Unchained, un bagno di sangue», spiega Matteo, grande ammiratore di Quentin Tarantino.

«All’inizio mi sono sentito un po’ come a Wimbledon contro Federer, c’erano troppe cose a cui pensare, poi ho badato solo a giocare, anche se la tensione non è mai realmente passata».

Dopo cena con tutto lo staff da «Via della Pace», il ristorante dell’East Village di proprietà di Giovanni Bartocci, lo scatenato tifoso, barbutissimo e capellutissimo, inquadrato dalla tv nel box di Berrettini. Insalata, rigatoni olio e formaggio, niente carbonara e niente vino, perché stasera c’è da giocare una semifinale Slam contro il senor Rafa Nadal, da Manacor, Spagna.

«Certo che lo conosco, Rafa: l’ho visto centinaia di volte in televisione – scherza Matteo –. Mi ricordo la finale di Roma con Coria (2005), la davano in chiaro su un canale dove c’erano anche i cartoni animati. Io ero bambino e volevo guardare i cartoni, ma quelli sono stati in campo 6 ore. Alcuni miei compagni iniziarono a giocare a tennis per quella partita e mi chiedevano: fai anche tu questo sport? Io rispondevo che il mio sogno era giocare partite come quella. Adesso eccomi qui. Sono felice».

La variabile che può peggiorare l’umore ora sono quei 18 Slam vinti, 3 dei quali a New York, dal suo avversario. «Matteo non ha mai avuto paura di nessuno – dice Sonego –. Fin da piccolo è andato diritto per la sua strada. L’emozione? L’esperienza con Federer a Wimbledon gli è servita, stavolta sarà un’altra partita.

Nadal non è facile per niente da affrontare, per carità, io direi a Matteo di tirargli spesso in mezzo al campo, per non aprirgli angoli, e accelerare improvvisamente, come ha fatto Fognini quando lo ha battuto proprio a New York (nel 2015, ndr).

E, soprattutto, affidarsi a servizio e diritto, un colpo all’altezza dei migliori del Tour, con cui può fare male a chiunque». Pestare duro «con il mio tennis da pugile, che ti lavora ai fianchi, che ti logora» come dice lo stesso Berrettini. Magari anche immaginando che Rafa Nadal, per una sera, sia solo un cartone animato. —



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