Gioco
Udovicich, addio all’ultima vera “figurina” Una vita nel Novara, la Panini lo rese celebre
L’ex bandiera del club piemontese si è spento ieri a 79 anni
LA STORIA
GIORGIO BILLERI
«Giovanni, resti anche quest’anno?». «Certo presidente, e dove dovrei andare?». Diciannove estati, diciannove domande, dicianove risposte. Sempre uguali. Giovanni Udovicich, scomparso ieri a 79 anni, senza la sua Novara, e il suo Novara, non sapeva stare. La fedeltà fatta uomo, in tempi dove i procuratori erano nelle mente degli angeli, dove si parlava con il presidente nel suo ufficio alla fabrichetta e dove la parola data contava più di bonus e diritti di riscatto. Tempi, gli anni Sessanta e Settanta, in cui ci si legava a un’ideale, e al massimo si contrattava per centomila lire in più o una macchina un pò più lussuosa della media. E si era felici con poco.
Udovicich incarnava quell’ideale di calcio di provincia, sano, bello, sporco di fango e di felicità. Non ha mai giocato in serie A, mai, neppure un minuto, e forse nemmeno gli interessava troppo. Per lui, profugo di Fiume espulso dall’Istria ceduta alla Jugoslavia dopo la guerra, Novara e il Piemonte erano la terra promessa, dove la sua famiglia avrebbe trovato la pace e dove lui ha trovato il calcio, la sua vita.
Era alto, nodoso, tutt’altro che aggraziato, le gambe dritte come pali, il profilo grifagno, il volto scavato, la grinta spianata ma mai scorretta. Con i piedi, non certo un fine dicitore: il tackle, quello sì, era il suo pane, la scivolata, l’anticipo, il colpo di testa torreggiante nelle tonnare d’area di rigore. Uno che non aveva paura degli scontri, del dolore fisico, di quel pallone pesante e zuppo di pioggia che ti feriva se lo prendevi in faccia, sui campi di serie B e C, dove spesso l’erba era il lusso.
Udovicich era l’incarnazione del calcio d’antan, che raramente si vedeva in televisione ma che saliva al proscenio una volta sola all’anno, quando veniva stampato l’almanacco Panini. Lui, seppur così lontano dai riflettori del calcio che contava, era così amato dalla gente che la sua “figurina” diventò, dopo quella di Pizzaballa, la più popolare e la più ricercata. Avere “un Udovicich” era un must tra i collezionisti, sia nella versione singola che in quella doppia, usata spesso dalla Panini per la serie cadetta, dove faceva coppia fissa, così come in campo, con il suo alter ego Alberto Vivian,altra icona del Novara, scomparso nel 1995.
Dal 1958, quando esordì sul campo del Bari appena diciottenne, al 1976, quando dovette appendere gli scarpini al chiodo per un brutto infortunio, Giovanni detto Nini ha indossato 516 volte la casacca azzurra con lo scudo, segnando 10 reti tra serie B e serie C. Un record di fedeltà che soltanto nel 1985 fu battuto da Giovanni Ceccarelli, simbolo del Cesena.
«Coppa Italia, giochiamo a San Siro contro il Milan. Lancio sulla fascia, esco dall’area per chiudere su Sogliano. La palla mi salta tra le gambe, rischio di incespicare e mi viene d’istinto un colpo di tacco che libera un compagno. San Siro applaude, Rivera mi fa i complimenti. Il mio ricordo più bello». In queste parole c’è tutto Udovicich, bandiera del calcio di provincia, figurina di culto, uomo per bene. Simbolo di un tempo in cui stavamo bene. Forse meglio. —
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