La protesta
Sacchi, il profeta del calcio incorona Sarri: «Un grande»
L’ex allenatore del Milan e del Parma, nonché ct dell’Italia, esalta il tecnico della Juventus: «Dà armonia alle sue squadre». Ok anche De Zerbi e Giampaolo
MARINA DI PIETRASANTA. «Sarri è un grande». Non lo dice un tifoso qualsiasi, magari un napoletano nostalgico per il bel gioco ammirato due stagioni fa dai seggiolini dello stadio San Paolo. No: l’investitura arriva nientemeno che da Arrigo Sacchi. Camicia celeste, pantalone classico e gli inconfondibili occhiali a goccia con le lenti sfumate, dal palco del Caffè della Versiliana a Marina di Pietrasanta il “profeta di Fusignano” esalta il nuovo allenatore della Juventus: «Dà armonia e sensibilità alle proprie squadre, ha dimostrato di avere grande personalità e spero che ne abbia ancora. La difficoltà più grande potrebbe averla lui rispetto ad altri allenatori».. Riconosciuto come uno dei più grandi maestri del calcio assieme all’olandese Rinus Michels – vi dice niente il “calcio totale”? – e a sir Alex Ferguson, Sacchi sembra intrigato dal campionato che sta per nascere. Una Serie A «con più strateghi che tattici» come gli suggerisce Luigi Garlando, il giornalista della Gazzetta dello Sport con il quale ha recentemente dato alle stampe il libro “La coppa degli immortali” dedicato al trionfo europeo della stagione 1988-89. «Sì, è una bella rivoluzione», dice tradendo il marcato accento romagnolo nel pronunciare la ‘z’. «Però servono i dirigenti e la stampa: in Italia se vinci giocando male nessuno lo scrive, conta solo la vittoria. E invece se un un calciatore non combina nulla per novanta minuti e poi segna il gol decisivo nel recupero non può risultare il migliore in campo». Garlando lo incalza facendogli qualche nome. Il primo della lista è Sarri, ma poi ci sono anche De Zerbi del Sassuolo e Giampaolo, appena finito sulla panchina del Milan. Sacchi però fa un discorso più generale: «In una mia personale gerarchia per primo viene il club con le sue visioni, le sue norme, la sua storia. Poi viene la squadra e, infine, il singolo giocatore: in Italia, invece, abbiamo sempre invertito la scaletta. Adesso ci sono otto-nove allenatori che possono invertire la tendenza: se le squadre divertono e regalano emozioni ai tifosi, il pubblico andrà allo stadio come se fosse a teatro». L’ex allenatore di Parma e Milan traccia poi qualche paragone con l’estero: «Ho guardato la finale di Community Shield tra Manchester City e Liverpool, in trenta minuti è stato un susseguirsi di emozioni: da noi il povero Helenio Herrera venne messo in croce perché, dopo che la sua squadra era passata in vantaggio, aveva osato continuare ad attaccare». E lancia qualche frecciatina. Ai sostenitori di una squadra in particolare («La Champions League è dura, se qui è presente qualche tifoso juventino lo sa bene…» dice suscitando qualche risatina fra il pubblico) e, pare di capire, anche a Massimiliano Allegri che spesso si è scontrato con Sacchi. «In Italia si vince con la difesa e puntando sui singoli individui, ma in Europa devi puntare sul collettivo e sulla fase offensiva altrimenti ti bastonano». E ancora: «Se conta solo vincere allora il calcio non è uno spettacolo sportivo. Per noi vincere senza merito non era una vittoria».
Ma non c’è spazio solo per l’attualità. Anzi: la presentazione del libro scritto con Garlando diventa l’occasione per sfogliare l’album dei ricordi. Soprattutto se tre delle seggioline verdi del Caffè della Versiliana vengono occupate da suoi fedelissimi collaboratori come il preparatore atletico Vincenzo Pincolini («Quando arrivai al Parma dissi che non avevo bisogno di nessuno, che avrei fatto tutto da me: dopo quindici giorni mi resi conto che ne sapeva più di me») o da protagonisti di quella magica notte a Barcellona che cambiò le sorti del calcio come ‘Chicco’ Evani («Per me è stato il giocatore ideale: quando arrivai al Milan era infortunato e in procinto di essere venduto al Genoa, dissi assolutamente di no») e Roberto Mussi («L’ho avuto al Parma, lo portai anche in nazionale: era timido ma partecipava con tutto quello che chiedevo ai miei calciatori, correre per la squadra»).
«Non alleno più da 25 anni ma godo ancora di una popolarità straordinaria», chiosa Sacchi. Verrebbe quasi da ridere, pensando soprattutto allo 'straordinério' reso celebre dall'imitazione tributatagli da Maurizio Crozza. E sembra una frase fin troppo altisonante. Eppure dopo la chiacchierata al Caffè c'è il codazzo di appassionati a chiedergli un autografo sul libro. —
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