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Siamo un popolo autolesionista: noi li alleniamo e loro ci battono

Giorgio Billeri
Siamo un popolo autolesionista: noi li alleniamo e loro ci battono

L’esempio di Egan Bernal, il colombiano dal volto da indio che ha alzato le braccia sotto l’Arco di Trionfo, consegnandosi alla gloria eterna del Tour, è emblematico in questo senso

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Diciamolo pure: siamo sempre stato un popolo un tantino autolesionista. E lo sport  non fa eccezione. E’ vero, le nostre strutture, i nostri allenatori, i nostri metodi di allenamento sono tra i migliori del mondo. Abbiamo palcoscenici naturali unici e un modo di vivere che attrae sempre di più gli atleti al top. Ma a forza di allenare gli altri, di far sbocciare talenti, di formare campioni va a finire che ci rimettiamo: noi li alleniamo, e loro ci battono. L’esempio di Egan Bernal, il colombiano dal volto da indio che ha alzato le braccia sotto l’Arco di Trionfo, consegnandosi alla gloria eterna del Tour, è emblematico in questo senso. Questo ragazzino implume arrivò in Piemonte, prima a Buasca e poi a Cuorgnè. Per due anni si è allenato, ha pedalato senza sosta sulla terribile salita di Lago Serrù, toccata questì’anno anche dal Giro d’Italia. A scoprirne il talento cristallino fu Gianni Savio, che lo fece passare professionista all’Androni-Sidermec, prima di “cederlo” all’Ineos, ex Sky, potenza mondiale delle due ruote. Egan parla un italiano perfetto, con tanto di leggera cadenza piemontese, e non manca mai di ringraziare l’Italia dove ha anche un attivissimo fan club. Ce le ha suonate lui, come Geraint Thomas, l’inglese che la Boucle l’ha vinta lo scorso anno e che quest’anno si è accontato della piazza d’onore: lui invece ha scelto Quarrata per crescere allenandosi, in Toscana ha abitato a lungo e ne conosce a menadito le discese ardite e le risalite. E potremmo continuare con Cavendish, Richie Porte e tanti altri che sono nati ciclisticamente grazie alla nostra scuola.

Ce la ha suonate spesso e volentieri anche Sergio Scariolo, tecnico bresciano che in Spagna ha trovato casa, moglie e…panchina della nazionale, tanto da meritarsi un posto da assistente nei Toronto Raptors campioni Nba. E ce le hanno suonate, specialmente quest’anno, le russe della scherma nel mondiale in cui per la prima volta non abbiamo vinto nulla. Deriglazova e compagne (ma anche gli uomini) hanno buttato giù dal trono il Dream team del fioretto, quasi imbattibilre, e indovinate chi ha formato tecnicamente questo gruppo favoloso nelle palestre di Mosca? Stefano Cerioni, già. E mentre nel volley esportiamo cervelli che spesso ci fanno gli scherzetti (Bagnoli in Russia, Prandi in Bulgaria, Zanini in Slovacchia, Berruto in Finlandia), adesso anche le più grandi potenze del nuoto fanno la corte ai nostri allenatori, quelli che continuano a sfornare miracoli. In un sport globalizzato invocare l’autarchia sarebbe esercizio inutile e retrò, ma questa è la realtà: l’Italia forma e insegna, gli stranieri spesso e volentieri passano alla cassa.

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