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Gli spari contro Togliatti e Bartali ci salvò dal caos

Giorgio Billeri
Gli spari contro Togliatti e Bartali ci salvò dal caos

Italia sull’orlo della guerra civile, la telefonata di De Gasperi a Gino. E quella vittoria indimenticabile al Tour che “pacificò” il Paese 

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Se Gino Bartali, quel 15 luglio del 1948 avesse forato, danneggiato la bicicletta, fosse caduto? O se più prosaicamente le sue gambe d’acciaio da fiorentino orgoglioso non avessero girato come natura aveva creato? Per tanti analisti, non solo storici dello sport e del ciclismo, sarebbe esplosa in Italia una guerra civile dalle conseguenze assolutamente impronosticabili. Forse è vero, forse è suggestione: ma questa è una delle dimostrazioni più nette, chiare, emozionanti del fil rouge che da sempre lega il ciclismo alla storia del nostro paese, uno sport che è penetrato nei gangli vitali della nostra società, della nostra vita quotidiana.

15 luglio 1948. Ginettaccio, nel giorno di riposo della Grande Boucle, aveva saputo che solo ventiquattr’ore prima un anarchico a nome Antonio Pallante aveva puntato la pistola contro Palmiro Togliatti, ed aveva fatto fuoco. Alle 11.30 di quella giornata caldissima, il Migliore, leader del partito Comunista, fu centrato da tre colpi da distanza ravvicinata mentre usciva da Montecitorio in compagnia di Nilde Iotti. L'autore dell'attentato era uno studente di giurisprudenza, fieramente anticomunista, che - si seppe poi - era “ spaventato dagli effetti che la politica filo-sovietica di Togliatti avrebbe potuto avere in Italia”.

Togliatti ebbe fortuna: i proiettili erano scadenti e con scarsa capacità di penetrazione, sparati da una vecchia pistola calibro 38 (ancora in buono stato, a differenza di quanto detto da molti storici che ne parlarono come di un ferrovecchio), secondo i resoconti colpirono il leader del Pci alla nuca e alla schiena, mentre una terza pallottola, si disse all'epoca, sfiorò la testa. In realtà, come risulta dalla perizia balistica e medica resa nota dopo 60 anni, nel 2008, un proiettile colpì Togliatti alla nuca, ma non sfondò la calotta cranica, schiacciandosi sull'apofisi occipitale e rimbalzando sul selciato, poiché non era incamiciata con l'usuale lega di rame e zinco: se fosse stato così, il proiettile avrebbe potuto ferire mortalmente il leader della sinistra italiana.

Gli altri due colpi esplosi da Pallante invece non furono letali poiché colpirono l'emitorace sinistro, scheggiando una costola del leader comunista e provocando lacerazioni nei polmoni, facilmente guaribili in un paio di mesi, come avverrà; il pericolo per il capo del Pci fu il possibile dissanguamento, nei minuti successivi. Ricoverato d'urgenza, Togliatti fu operato con successo dal chirurgo Pietro Valdoni.

Ma a preoccupare fu il contraccolpo sulla gente, fortissimo: in poche ore, raccontano le cronache del tempo, si verificarono incidenti in diverse località fra le quali Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore; altre violentissime manifestazioni di protesta a Napoli, Genova, Livorno e Taranto.

C’era caos ovunque, quel giorno: gli operai della Fiat di Torino sequestrarono nel suo ufficio l'amministratore delegato Vittorio Valletta. Buona parte dei telefoni pubblici smisero di funzionare e si bloccò la circolazione ferroviaria. Il democristiano Mario Scelba, ministro dell'interno, impartì disposizioni ai prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, e l'intero paese sembrò sull'orlo della guerra civile.

Si, ma in quei giorni c’era anche il Tour de France. C’era la radio e soprattutto c’era lui, Gino Bartali. Quel giorno si corre la la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti. Mai, se in strada c’è il naso aquilino, l’espressione indomita e i garretti d’acciaio di questo incredibile atleta.

La notizia dell’attentato a Togliatti è giunta anche in Francia e ha sorpreso la carovana del Tour durante una giornata di riposo. Nel tardo pomeriggio, mentre il paese precipita nel caos, l’episodio – in realtà mai del tutto confermato – che secondo alcuni spiega l’incredibile epilogo della tappa del giorno dopo: si dice che il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi abbia telefonato a Bartali chiedendogli un’impresa per “distrarre” l’opinione pubblica. E Bartali, sempre secondo i racconti, pare abbia risposto affermativamente.

Comunque, Bartali quel giorno non lo avrebbe battuto nemmeno il padreterno. La carovana gialla si muove da Cannes verso Briançon, sulle Alpi, ad un passo dal confine con l’Italia. L’Allos ed il Vars, prime due salite affrontate in quella frazione, vedono gli attacchi decisi dal francese “testa di vetro” Jean Robic (correva sempre con la testa protetta da un vistoso casco, da qui il soprannome che lo accompagnerà per sempre), del belga Raymond Impanis e del franco-greco Apo Lazarides, con Gino Bartali che si limita a controllare. Il Col d’Izoard è un’ascesa di 16 km al 6,9%, che scollina a 2361 metri: durissima, anche perchè il fondo stradale non era certo levigato come ai giorni nostri. Durante l’ascesa, tormentata e sempre più aspra, quasi priva di vegetazione, Ginettaccio decide che è il momento di passare all’azione: accelera, una serie di scatti ravvicinati e micidiali che fanno il vuoto alle sue spalle, mentre anche il tempo, tanto per aggiungere epica ad epica, si fa cupo: freddo e pioggia. All’arrivo, Gino rifila 6’18” ad Alberic Schotte e 9’15” a Fermo Camellini. Louison Bobet è andato alla deriva, accusando un ritardo di 19′ abbondanti: ora il suo vantaggio sul fiorentino è di poco superiore al minuto.

Il giorno dopo, il 16 luglio, il programma prevede un altro “tappone”, 263 km da Briançon ad Aix-les-Bains e il menù delle salite fa paura: Galibier, la Croix de Fer, il Grand Coucheron ed il Granier. Anche in quest’occasione Bartali è incontenibile, e nessuno riesce a tenere la sua ruota: il primo dei battuti, ovvero Stan Ocker, arriva a quasi 6 minuti, con il toscano che riconquista quella maglia gialla già sua dopo la prima tappa a Trouville. L’Italia è in estasi per queste imprese, lo stesso Togliatti si compiace per quanto sta accadendo al Tour, e questi trionfi sportivi, unitamente ai ripetuti inviti alla calma da parte dei leader politici, creano un particolare mix che permette al nostro paese di uscire gradualmente da una situazione drammatica. E’ una lettura, magari solo una suggestione: ma tutti vollero, e vogliono, che sia vera. —

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