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Basta un filo d'erba e cambia la storia

Fabrizio Brancoli
Basta un filo d'erba e cambia la storia

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Ci voleva Novak Djokovic per interrompere la Grande Illusione che aveva attraversato la mente, i muscoli e la racchetta di Roger Federer in questa favola verde e viola, fatta di erba e fragole. Ci voleva Nole con il suo volto più cattivo e la sua classe senza confini, lui che non si arrende, Nole disposto a frantumare sogni e a vietare il lieto fine a tutto quello stadio schierato.

Federer rientra nello spogliatoio con un fardello statistico arduo da archiviare: ha perso pur aggiudicandosi più punti dell’avversario (218 contro 203) e ha chiuso con percentuali migliori al servizio, a rete, in risposta. È raro, un tale sbilanciamento tra i numeri e l’esito, tra la pratica e il destino. Federer è stato per due volte a un punto dalla gioia ma questo è il tennis, un gioco che possiede equilibri diversi, complessi. Si vince se si gioca bene nei momenti decisivi. Tre tie-break, tre centri: Djokovic ha tracciato il campo con una pressione spaventosa, creando angoli esterni e conducendo Federer fuori dalle righe, in zone che erano per lui di scarso conforto.

Era l’arte contro la completezza, perché se lo svizzero è un esteta ricamatore, l’altro è il tennista perfetto, un crocevia di tecnica e determinazione. Federer ha accettato le condizioni imposte dalla gloria: sapeva che il serbo non gli avrebbe dato strada. La superficie in “erba battuta” e il gioco anticipato del rivale, non consigliavano un approccio spregiudicato. Ha tollerato la bagarre, gli scambi da fondo, la durata.

Quando due fenomeni si equivalgono, la differenza la fanno anche i fili d’erba, i soffi di vento o i mezzi respiri. Quattro ore e 57 minuti. Una partita magnifica, assegnata perché qualcuno deve pur vincere. E lui, Nole, è il padrone degli attimi.

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