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«Il calcio femminile, lezione di fair play. A papà Giacinto sarebbe piaciuta la Gama»

Luca Tronchetti
«Il calcio femminile, lezione di fair play. A papà Giacinto sarebbe piaciuta la Gama»

Barbara Facchetti, team manager delle azzurre: «Un gruppo spensierato e forte, ha aperto una nuova pagina di storia»

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Millenovecentosessantotto. Cinquantuno anni fa Giacinto Facchetti alza al cielo di Roma il primo e unico trofeo legato alla vittoria del campionato europeo. In quello stesso anno nasce la Federazione Italiana Calcio Femminile e nella finale all’Arena Garibaldi di Pisa si assegna il primo scudetto ufficiale. Due avvenimenti apparentemente scollegati l’uno con l’altro, ma che rappresentano un ideale anello di congiunzione per Barbara Facchetti. Nasce proprio in quella stagione irripetibile - apice del movimento socioculturale di protesta - la figlia primogenita del grande campione dell’Inter e della Nazionale che dal settembre 2015 è capo delegazione azzurro e testimone diretta dello sviluppo del calcio femminile in Italia, con la nazionale che ha incollato 1.700.000 spettatori davanti al televisore in occasione di Italia-Olanda. Bionda, sorriso luminoso, alta 1,83, ex giocatrice di volley (ha conquistato una promozione in A2), ama viaggiare e conosce perfettamente cinque lingue (inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese). Sarà un caso, ma il suo approdo nello staff azzurro ha coinciso con una crescita esponenziale del movimento: dapprima la qualificazione della Nazionale A agli Europei in Olanda nel 2017, poi la qualificazione ai Mondiali e infine l’approdo ai quarti di finale. «La proposta di diventare capo delegazione mi ha colto di sorpresa. Dal 2006 lavoravo a Zurigo con Fifa dove mi occupavo principalmente di protocollo e guest management. Sono stati i vertici della Figc che mi hanno affidato questo ruolo istituzionale dopo anni di lavoro nel calcio. Rappresentare l’Italia nel mondo mi riempie d’orgoglio e mi spinge a dare sempre il massimo con impegno e dedizione. Poi questo ruolo mi consente di coltivare la mia più grande passione: viaggiare».

Com’è stato il primo approccio con il gruppo?

«Non ho fatto fatica a conquistare lo spogliatoio. Mi sono sentita sin dall’inizio ben accolta. Con le ragazze si è creata, nel corso degli anni, una bella atmosfera. Per loro sono un po’ una sorella maggiore e molte di loro si confidano senza problemi. Nei momenti di relax giochiamo a tabù e in ritiro, prima del mondiale, abbiamo giocato anche a ping pong. E’ in quei frangenti che viene fuori quella leggerezza che unita alla passione per questo sport porta poi a risultati sorprendenti».

Nel calcio degli uomini i riti scaramantici fanno parte integrante dell’approccio alla partita. E’ così anche nel calcio femminile?

«Si vive tutto con minore esasperazione e con più leggerezza. Certo anche le calciatrici hanno i loro riti quando si avvicinano gare importanti. C’è chi entra in campo mettendo prima il piede destro anziché il sinistro, chi ascolta in cuffia lo stesso brano musicale mentre il pullman ci conduce allo stadio e c’è chi, per stemperare la tensione, si mette a fare imitazioni (leggasi Cristiana Girelli). Tutto però viene vissuto nella giusta dimensione senza fare drammi».

Le azzurre dopo 20 anni hanno disputato un mondiale: com’è cambiato il calcio per le donne in questo lungo periodo storico?

«Certi luoghi comuni sono stati sfatati a dimostrazione che le donne, con l’impegno e la perseveranza, non hanno nulla da invidiare, se non la fisicità che è insita nella diversità tra i sessi, ai colleghi maschi. I telespettatori che hanno assistito alle partite del mondiale si sono accorti che a livello tattico e tecnico le giocatrici rispetto agli anni Novanta hanno fatto passi da gigante. Eseguono schemi, sovrapposizioni, diagonali esattamente come i calciatori professionisti. Con una differenza, a mio modo di vedere, decisamente positiva: il fair play. Dopo ogni contrasto, anche duro, le ragazze si rialzano e stringono la mano all’avversario. Non mimano i colleghi più famosi che restano a terra tarantolati dopo un intervento deciso. Prevale la lealtà e ne trae beneficio pure il gioco senza il ricorso a lunghe e noiose interruzioni.

E c’è un altro particolare che mi piace sottolineare. Le azzurre, ma in generale le calciatrici, non fanno calcoli. Giocano al 100% sino all’ultimo secondo di recupero. La dimostrazione lampante è la partita che abbiamo disputato con l’Australia. Sotto di un gol, dopo aver raggiunto il pari nella parte finale del secondo tempo, Bonansea e compagne non si sono accontentate. E quando nel finale è arrivato il gol della vittoria, tutte noi abbiamo capito che potevamo davvero disputare un grande mondiale».

Quanto ha inciso la grande esposizione mediatica del mondiale di Francia sull’esplosione in Italia del calcio femminile?

«Ha infranto tanti pregiudizi su uno sport che da un secolo è ritenuto esclusivamente maschile. La gente in tutto il mondo si è appassionata e ha capito che anche le donne possono giocare, e pure bene, a pallone. Le partite trasmesse da Sky hanno dato quella valenza internazionale che resterà anche quando i riflettori si saranno spenti sulla manifestazione. E una mano importante l’ha data la Federazione con la creazione delle squadre femminili all’interno dei club più famosi come Inter, Milan, Juventus e Fiorentina, tanto per citarne alcuni. Lo scetticismo iniziale pian piano ha lasciato spazio prima alla curiosità e poi ad una passione autentica. Adesso le nostre azzurre quando escono per strada o vanno al supermercato vengono riconosciute e avvicinate. Pensi che mia mamma Giovanna - che non vedeva più una partita intera dai mondiali del Messico 1970 quando l’Italia capitanata da papà arrivò in finale con il Brasile di Pelé dopo il mitico 4-3 con la Germania – si è appassionata di nuovo al calcio ed è rimasta incollata al televisore ogni volta che giocava l’Italia facendo un tifo da stadio. Credo che buona parte del merito di questo successo vada al commissario tecnico Milena Bertolini che, sia dal punto di vista tecnico che dal lato umano, ha saputo trarre il meglio da ogni ragazza e dall’intero staff. Il passaggio al professionismo al femminile? Serve tempo, ma tutto è proiettato verso quella direzione”.

Dica la verità, che effetto le ha fatto vedere quella maglia azzurra numero 3 con al braccio la fascia di capitano.

«Ha rievocato in me ricordi struggenti. Sara Gama poi è davvero una bella figura. Una ragazza con un notevole spessore umano degna di portare al braccio la fascia di capitano e di rappresentare il nostro Paese nel mondo. A papà Giacinto sarebbe piaciuta. Lui mi ha trasmesso tanti valori importanti: onestà, dignità, lealtà, coraggio.

Mio padre sarebbe stato orgoglioso di questo mio incarico e sono certa che avrebbe condiviso con me questi momenti e avrebbe potuto ascoltarmi e darmi i consigli giusti per affrontare ogni situazione. Non c’è stata solo la maglia di Sara a ricordarmi papà. Anche quando la Giacinti è andato in gol ho pensato ad un segno del destino e stavo facendo un pensierino alla finale.. Ma va bene così». —


 

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