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«Hijos de puta»: e Maradona scese in guerra con il mondo
Finale Mondiale: l’Olimpico, deluso dal ko degli azzurri, fischia l’inno dell’Argentina. Il Pibe e la parolaccia in mondovisione: perderà quella partita e sarà l’inizio del suo tramonto
«Hijos de puta». Il mondo, quella volta, non ebbe bisogno dei sottotitoli. Bastava il volto tirato, stravolto dall’astio, ma anche incredulo, del più forte giocatore del mondo, dell’icona planetaria del pallone, Diego Armando Maradona. Hijos de puta a tutti: al pubblico italiano che aveva appena fischiato l’inno nazionale argentino, ai tifosi tedeschi che volentieri si erano accodati, ai poteri forti del calcio che ce l’avevano con lui e con la sua Albiceleste.
Ma come, pensava Diego, impalato e stizzito, è questa la riconoscenza italiana? Da quattro stagioni faccio divertire tutti, napoletani e non, ho regalato due scudetti a una squadra che non li avrebbe vinti nemmeno in dieci vite, ho alzato il livello della serie A, tornata ad essere un brand planetario. Eppure, questi mi fischiano, fischiano i miei compagni, la mia patria.
Iniziò così, nel peggiore dei modi, quella sera dell’8 luglio 1990 per il ragazzo nato a Villa Fiorito, barrio di Buenos Aires, e che il padreterno aveva scelto per far vedere agli angeli come si tocca un pallone. E sarebbe finita ancora peggio.
Non era, quello, il migliore Diego. E l’Argentina era infinitamente inferiore a quella, peraltro non irresistibile, che aveva portato a casa la Coppa del Mondo quattro anni prima. Un gran portiere, Goycoechea, quello contro le cui manone andarono a sbattere le nostre illusioni da notti magiche; un vecchio mestierante al centro della difesa come Oscar Ruggeri, un centrocampo più di lotta che di governo, con Sensini, Basualdo e un imbolsito Burruchaga, eroe della finale del 1986. Davanti Dezotti, che poi avrebbe svernato nella Cremonese, e lui, el Pibe. Chiamato dalla patria ancora una volta a fare il miracolo, a trasformare l’acqua in vino, a trascinare con la sola presenza una ciurma scombiccherata al più alto dei traguardi.
Ma non era il Maradona celestiale di tante altre volte. Poche settimane prima il suo Napoli aveva vinto il suo secondo scudetto, lui aveva contribuito (....) con 16 gol in 28 partite e una marea di assist, perle, giocate decisive. Ma Diego quell’estate era stanco, nervoso. Forse senza nemmeno più la gamba che aveva divelto Inghilterra, Belgio e Germania a Messico 1986. Soprattutto, si era accorto di avere attorno una sorta di deserto tecnico, l’Argentina era una squadra tutto sommato modesta, che dietro la garra aveva ben poco. Una cosa, però, l’aveva: la fortuna.
Sì, perché l’avventura albiceleste era partita come peggio non poteva: il narigon Bilardo, non senza spocchia, aveva sottovalutato i leoni del Camerun nella partita inaugurale del torneo, l’8 giugno, davanti ai 75 mila di San Siro. Ben presto, però, si era reso conto che la sua Argentina non era nemmeno parente di quella che aveva trionfato quattro anni prima, e che Diego era come una Ferrari in garage: raddoppiato, triplicato, intristito. Così, quando Omam Biyik la mise dentro al 68’, con una grande torsione di testa, i nuvoloni iniziarono ad addensarsi. Eh sì, perché bisognava vincere subito per allontanare lo spettro di un’eliminazione che sarebbe stata epocale. Cinque giorni dopo si torna in campo, per fortuna a Napoli. Il San Paolo ribolle d’amore per il suo Diego, e lui ripaga con assist e giocate che mandano in gol Pedro Troglio e il solito, provvidenziale Burruchaga: 2-0, Russia battuta e il mondo torna a sorridere. Anche se poi, con la Romania, esce soltanto uno stiracchiato pareggio per 1-1, con reti di Monzon e Balint.
Serve altro, molto altro per fare strada. Ma dicevamo della fortuna, che arriva sotto forma di...infortunio. Accade che nel match con la Russia, dopo 11 minuti, si fa male il portiere titolare, Nery Pumpido. In campo entra un ragazzo dai modi da tanguero e dalle mani grandi come vanghe: si chiama Goycoechea, ci farà male.
È baciato dal dio dei portieri, questo qua. Negli ottavi di finale arriva l’incrocio che nessuno vuole: c’è il terribile Brasile di Careca. Partita brutta, come da copione, fino al colpo di genio di Diego che indica con il suo sinistro la strada della gloria a Caniggia: gol, e i verdoro imboccano mesti la via di casa. Nei quarti, con la forte Jugoslavia, è zero a zero. Supplementari, rigori: eccolo, il tanguero, che ne para tre. Albiceleste avanti, giocando male, soffrendo, ma avanti.
La semifinale, a Napoli, contro l’Italia. Un piccolo grande dramma sportivo, mezza Napoli tifa il suo Diego, l’altra mezza quelli delle notti magiche trascinati da Schillaci. Italia ava nti, sembra la pietra tombale sulle ambizioni argentine. Macché: cross dalla trequarti, uscita così così di Zenga, spunta la cresta bionda di Caniggia, 1-1. Ovviamente usciamo ai rigori, ovviamente il tanguero para il parabile e qualcosa di più. La brutta Argentina è in finale. Già, ma adesso ci sono i tedeschi. Brutti quasi quanto lei, ma raramente battibili in gare secche. Roma e l’Olimpico ce l’hanno con Diego, con Caniggia, con tutto quello che è biancoceleste. Ma come, giocano così male e ci hanno interrotto le notti magiche? E così, giù fischi all’inno nazionale. Diego non se l’aspetta, è una coltellata al suo amor proprio. In quel sibilo, “Hijos de puta”, c’è tutto l’orgoglio del barrio e la maestà che si sente lesa. Ai tedeschi poco importa. Loro sono d’acciaio: Kohler, Augenthaler, Berhold, Brehme, Matthaeus: carri armati. Giocano male gli uni e gli altri, partita di indicibile bruttezza che ci fa versare lacrime velenose, ah se c’erano Baggio e Schillaci... ma non ci sono. Decide un discutibile rigore provocato da Nestor Sensini: Brehme, gelido, trasforma. Germania campione del mondo, e da quell’istante inizia la parabola discendente, triste, del giocatore più forte del mondo. Di quello che, davanti a miliardi di televisori, non le ha mandate a dire: sì, hijos de puta. —
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