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I DIRIGENTI DEL CALCIO AL BIVIO

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Alle cinque della sera sapremo, al massimo un po’ dopo se dovessero esserci supplementari e rigori. Sapremo se potremo dare al sogno delle azzurre le connotazioni di una favola immensa. Ma dopo, comunque vada, nulla sarà come prima nel calcio femminile e anche oltre. Soprattutto il mondo fatato e damascato dell’italico pallone al maschile non potrà più voltarsi dall’altra parte. E anche i presidenti del Coni, Giovanni Malagò, e della Federcalcio, Gabriele Gravina, dovranno avere parole chiare e non solo eleganti supercazzole sull’apertura al professionismo per le donne del calcio. Il pubblico negli stadi e quello televisivo hanno emesso la loro chiara sentenza. Che rafforza il concetto di rispetto della parità di genere. Certo, potrà e dovrà essere un percorso a tappe, partendo dalla Serie A e cogliendo l’occasione per varare contributi veri anche al sempre più asmatico calcio di base.

E sarà anche l’occasione per una riflessione seria sui diritti e sugli atti concreti per richiamarli. Prima di tutto in Lega Calcio: il presidente Gaetano Miccichè, peraltro anche vice di Gravina in Federcalcio, lo scorso anno a dicembre fece finta di cadere dal pero quando gli era stato fatto notare che per trenta denari stava portando la Supercoppa Italiana a Gedda, in Arabia Saudita: luogo di assassini di Stato di giornalisti e di diritti civili negati, soprattutto alle donne. Con un altro giro di supercazzole riuscì a dire che era giusto andare per celebrare un’importante conquista, quella delle donne che potevano finalmente entrare in uno stadio. Anche se non nei settori per soli uomini.

In un momento così, con l’avvio del percorso verso l’uguaglianza, non si può più accettare questo ignobile sconto sulle coscienze collettive. E dunque basta con la valuta che offusca i valori. C’è un contratto da stracciare con i sauditi per non dare uno schiaffo alla dignità collettiva prima ancora che alle ragazze che difendono i colori azzurri. —

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