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stefano tamburini 

L’ALTRA PARTITA DEL NOSTRO CALCIO

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C’è un’altra partita da giocare, da stasera fino alla conclusione del torneo. Una partita piena di insidie, quella per ridare all’Italia quel ruolo di Grande Paese organizzatore perso dopo i Mondiali del 1990, quelli del record planetario di soldi pubblici sprecati, di morti nei cantieri, di malaffare e istituzioni intrecciati fino all’inimmaginabile. Dopo di allora, calcisticamente parlando, non ci hanno più affidato niente di serio. L’Uefa ci ha sbattuto due volte la porta in faccia, quando abbiamo presentato i dossier per le candidature delle fasi finali degli Europei dei grandi, quelli del 2012 e quelli del 2016. All’epoca della presidenza di Giancarlo Abete, l’inventore del trapianto di poltrone per averne detenuta una dal 1979, quei dossier sono stati ritenuti poco credibili e al posto nostro hanno scelto Ucraina e Polonia e poi la Francia. Rientreremo parzialmente l’anno prossimo con l’Europeo diffuso per tutto il continente. Ma è innegabile che questa rappresenti anche una prova generale per candidature più pesanti. Le scelte degli stadi qui sono più facili, perché servono “taglie” piccole e quelli di Reggio Emilia, Trieste e Udine sono all’avanguardia. Ma saremo sotto osservazione anche su altri piani, quello della civiltà del pubblico, dell’efficienza dei trasporti, dell’accoglienza. Certo, non basterà. Scontiamo anche la squalifica per razzismo del penultimo presidente (Tavecchio, quello di Optì Pobà e le banane) e l’inciviltà di molte curve. Ma è comunque una grande occasione per cambiare marcia. —



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