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l’analisi, marcello vulpis di Sporteconomy 

«Scelta dannosa: favorirà la Juventus, forse l’Inter»

«Scelta dannosa: favorirà la Juventus, forse l’Inter»

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«Paradossalmente, il decreto crescita potrebbe aumentare ancor più il gap tra la Juventus e le altre società», ne è convinto Marcel Vulpis, direttore, e fondatore, di Sporteconomy. it, la nota agenzia giornalistica on line specializzata nei temi di economia applicata allo sport.

Dottor Vulpis, che idea si è fatto del cosiddetto “decreto crescita”?

«In Italia si fa un uso distorto del decreto legge; dovrebbe essere caratterizzato da una logica di urgenza, che francamente non ritrovo in questa fattispecie. Inoltre, non è poi così scontato, in una situazione politica di grande conflittualità tra le due parti che sostengono l’esecutivo, che il decreto venga convertito in legge entro il 29 giugno. Detto ciò, penso che arrivi in netto ritardo, quando i buoi sono oramai scappati dal recinto».

E quali saranno le conseguenze?

In questo momento storico il sistema calcio, a partire dalla massima serie, attraversa un momento drammatico sotto il profilo finanziario, con le casse dei club che versano lacrime amare; diventa perciò arduo ipotizzare investimenti importanti per portare in Italia i cosiddetti top player. Anche perché, il giorno dopo l’arrivo di un campione dall’ingaggio super, i procuratori farebbero la fila per chiedere aumenti di stipendio per i propri assistiti, provocando un effetto boomerang sui conti della società. Di fatto quella disegnata dal decreto è una situazione che, alla lunga, potrebbe ancor più favorire la Juventus».

Come mai?

«Semplice, quella bianconera è la sola società che avrebbe la possibilità di investire cospicui capitali per rafforzare ancor più una rosa che nella stagione appena andata in archivio ha dominato l’ennesimo campionato. Di fatto la Vecchia Signora sarebbe l’unica a poter approfittare della nuova normativa, magari assieme all’Inter “cinese”, altra società con solide fondamenta finanziarie. Ecco perché lo ritengo inopportuno, e inadeguato, per il nostro movimento».

Lei disegna uno scenario di grave crisi per il nostro calcio, come se ne esce?

«Ad essere in crisi non è solo il calcio, ma l’intera nostra economia. Il calcio è solo un settore all’interno di un problema generale. Quindi, nel complesso, per uscire dalle secche bisogna, in primis, assolutamente ridurre il costo dell’energia, e poi abbassare il costo del lavoro, che fagocita gran parte dei ricavi delle nostre aziende. Impensabile che una startup nel Montenegro paghi, al massimo, il 7,5 % di tasse, in Italia quattro volte tanto. Così le aziende sono stimolate ad andare a investire all’estero. Proprio la diminuzione del costo del lavoro è fondamentale per rilanciare il movimento calcistico; è necessario intervenire, ed il governo dovrebbe farsi qualche domanda in tal senso, perché i posti di lavoro nascono dalla competitività dell’intero sistema economico, e non per decreto, anche nel calcio». —

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