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I paisà si sono comprati il sogno dell’infanzia

GIORGIO BILLERI
I paisà si sono comprati il sogno dell’infanzia

Da Commisso a Pallotta, da Saputo a Tacopina: tra business e moti del cuore stanno “colonizzando” il nostro calcio

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GIORGIO BILLERI

Lo chiamavano soccer, lo pensavano calcio. Ma nell’iconografia delle strade della periferia di Boston, o a Brooklyn, era difficile vedere rotolare un pallone. Il pallone, semmai, volava ai 3.05 dei canestri nei playground o si riduceva a pallina che roteava nei diamanti del baseball. Vita grama, per i bambini americani degli anni Sessanta che amavano il calcio: erano guardati come dei paria, figli di uno sport minore. Pensate a loro, ai piccoli Rocco e Joe che crescevano con Manhattan in faccia, a James che a Boston si divideva tra l’amore esplicito per i Celtics e quello inconfessato per Juve, Inter e Milan (e Roma, naturalmente), a Joey che nella glaciale Montreal immaginava football guardando l’hockey su ghiaccio. Destini solo apparentemente paralleli: quei bambini dei Sixties hanno fatto fortuna, dribblando la vita con abilità, furbizia, cervello sono diventati draghi del business, siedono su imperi a nove zeri. A quel punto è stato facile togliersi lo sfizio dell’infanzia: quel calcio italiano,che tanto ci affascinava, quelle squadre che sembrava una chimera lontana un oceano, quegli stadi dai nomi mitici che coloravano i racconti dei nonni italiani beh, noi adesso ce li comperiamo. Perchè, intanto, i mecenati della nostra pedata, uno dopo l’altro, avevano deposto le armi. Ed eccoli qui, i paisà diventati padroni di mezza serie A. Rocco Commisso e il suo braccio destro Joe Barone, Joey Saputo, Joe Tacopina, James Pallotta. Nomi che un tempo avrebbero autorizzato prevedibili, ed abbastanza banali, richiami di cinematografica memoria. Questi, invece, sono grandi imprenditori che hanno visto nel calcio italiano un modo per fare business seguendo anche i moti del cuore. Si è scoperto così che Rocco Comisso, l’ultimo emigrante al contrario in ordine di tempo, da ragazzo sognava ad occhi aperti la Juve (magari, sbarcando a Firenze, dovrà rivedere il tiro) e soprattutto la Nazionale: 50 anni e 4,5 miliardi di dollari dopo ha potuto stringere la mano e staccare un assegno da 180 milioni ai Della Valle per diventare, finalmente, un boss del calcio. Una storia simile a quella di Joey Saputo, figlio di Lino, partito dalla siciliana Montelepre per sfondare in Canada con la produzione di latticini. La Saputo Incorporated, quotata alla borsa di Toronto, è il dodicesimo gruppo caseario al mondo, con 12.000 dipendenti, quasi 10 miliardi di fatturato e 500 milioni di utile netto. Il piccolo Joey, ragazzo sveglio, che parla un italiano perfetto come un doppiatore del cinema, ha sempre avuto il calcio come pallino: ma i Montreal Manic, poi diventati gli Impact, erano una dimensione troppo lontana dai grandi circuiti per eccitarne la fantasia. Dopo essersi fatto uno stadio col nome di famiglia, amici italiani gli hanno sussurrato la parolina magica: Bologna. Già, la Dotta dai due scudetti, sbattuta tra i marosi di una situazione economica precaria. E qui spunta un altro protagonista di questa storia, l’avvocato Joe Tacopina. Nato a Brooklyn, nipote di italiani, si è fatto largo nel mondo popolato di squali del palazzo di giustizia di Manhattan. Sì, un avvocato penalista dai clienti di grido: il capo del dipartimento di polizia Kerik, l’attore Lillo Brancato tra gli altri. Un Nero Wolfe in salsa italiana con due vizi inguaribili: il calcio e il business. E’ proprio Tacopina a sbarcare a Bologna, brillantina e loquela sciolta, e il glorioso club rossoblù finisce nelle mani del socio, Saputo. Ma all’avvocato non basta, lui vuole una squadra tutta sua e punta la pinna verso Venezia: compra il club e lo riporta dalla D alla B.

Un passo indietro: c’era anche lui, onnipresente,nella cordata (con Pallotta e Dibenedetto, altro emigrante al contrario) che rilevò la Roma nel 2011. Thomas Dibenedetto da Boston, figlio di salernitani, self made man degli investimenti, con il socio Pallotta mise le mani sulla Roma rilevandola da Unicredit. Diventò il presidente, dopo un anno fece largo a Pallotta, il vero dominus dell’operazione. Già, Pallotta: nipote di abruzzesi, mago dell’hedge fund, non ha mai volut imparare la nostra lingua ed ha scelto il governo per delega: Baldissoni, Totti, un direttore sportivo. Lui si fa vedere una, due volte l’anno e punta, soprattutto, allo stadio di Tor Di Valle. Anima di paisà, certo, ma con il portafoglio dalla parte del cuore. —

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