Gioco
Tuta un’altra musica: la stagione perfetta degli allenatori in fuga dalla cravatta
Klopp, Sarri, Aglietti: tre storie di tecnici che non badano all’abito. E Allegri disse: il chi si veste così in panchina lo multerei...
«Io, gli allenatori che si presentano a bordocampo con la tuta li multerei: stai rappresentando la società, non puoi metterti la tuta». Parola di elegantone: Massimiliano Allegri. Uno che piuttosto di rinunciare alla divisa sociale in panchina, giacca di taglio sartoriale e cravatta, magari accetterebbe di perdere la partita a tavolino.
Già, ma l’abito non fa il monaco nel calcio. Anzi, è stato il grande anno degli strateghi in tuta, il trionfo dell’anticonformismo. Che non è soltanto estetico, ma sostanziale. Il tecnico che sceglie la tuta è considerato empatico, vicino ai suoi ragazzi, sul loro stesso piano. È pronto a combattere, quasi a scendere in campo se potesse. Vive ai limiti dell’area tecnica, come Pippo Inzaghi sul filo del fuorigioco, sempre sull’orlo del cazziatone da parte del quarto uomo. In soldoni: mentre l’allenatore giacca-cravatta è generalmente aziendalista, quasi sempre in sintonia con le scelte del club,
il mister in tuta spesso deve combattere anche contro il fuoco amico, ha rapporti conflittuali con il suo presidente. Prendete Maurizio Sarri, il paradigma dell’allenatore dall’abbigliamento...comodo. Ha scalato, novello Messner, la montagna del calcio europeo, partendo dallo Stia e arrivando all’Europa League. Ha litigato con tonnellate di presidenti, iniziando con i piccoli imprenditori che animavano il calcio nel Chianti toscano, proseguendo poi con De Laurentis, al quale non le ha mai mandate a dire. Il finale del rapporto, infatti, fu tempestoso e ancora oggi il tycoon cinematografica non tiene certo la foto di Maurizio sul comodino. Si è trasferito a Londra, anzi ha vissuto dieci mesi nelle brume di Cobham, sede di allenamento del Chelsea.
Ufficio, campo e alloggio, quasi una foresteria. In tuta dall’alba al tramonto, macinando sigarette, pensieri, tattiche. A Stamford Bridge, Old Trafford, Alfield Road, Wembley, templi del football mondiale, l’uomo di Figline si è presentato sempre così: muta da allenamento, cappellino, il filtro della sigaretta da mordere per 90 minuti. Siamo certi che Roman Abramovich non abbia troppo gradito, figuriamoci la sua plenipotenziaria, Marina Granovskaja, donna dell’elite russa, glacialmente elegante. Ma tant’è: il basico Maurizio una coppa l’ha portata a casa, e ora viene il difficile: la tuta in casa Juve difficilmente troverà terreno fertile.
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Gente che vince, anche senza giacca e cravatta. Come Jurgen Klopp: a memoria d’uomo non si ricorda un abito intero, ma nemmeno uno spezzato. Niente, solo tute. Bellissime, peraltro, quelle del Liverpool: nere, rosse, bianche, con quello stemma carico di gloria. Unica concessione, uno smanicato imbottito per affrontare i rigori dell’inverno. L’immagine di uno che lavora senza troppi fronzoli, il tedesco di Mainz: uomo di campo, soprattutto. Gli schemi, i tagli, il possesso palla, i fulminei inserimenti degli esterni sono nati lì, provando e riprovando. E, come un amuleto, quella tuta non l’ha mai abbandonato, nemmeno nella calda notte di Madrid, dove la temperatura, l’umidità e la tensione magari avrebbero suggerito un bel fresco lana. Ma togliere la tuta da lavoro a uno come Klopp sarebbe come togliere a Linus la sua coperta delle certezze: è un simbolo, la prova visibile della vicinanza ai giocatori, della saldezza e della “democrazia” dello spogliatoio.
Ma c’è una tuta, e dentro un uomo, che ha fatto la differenza anche nella nostra serie. Quell’uomo si chiama Alfredo Aglietti, un altro toscano (fiorentino), e vestendo la tuta da allenamento, e spesso anche un piumino un tantino sbertucciato, ha portato il Verona dal sottoscala di una crisi senza fine al trionfo, a un ritorno in serie A che nemmeno il più spericolato dei bookmakers avrebbe potuto pronosticare. Bel personaggio, Alfredo: fece parte, da bomber alto, non velocissimo ma letale, di quel Pontedera dei miracoli che sconfisse l’Italia di Sacchi, 25 anni fa. Ha assaggiato di tutto, pane duro e caviale, successi e cadute. Da allenatore, anche diversi esoneri. Fino a Verona, la fatal Verona (per gli altri): qui ha messo l’abito nell’armadio, ha rispolverato la tuta, quella pozione che fa vincere. Ed è stata serie A.
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