Sicurezza
Se anche gli obesi diventano superstar
La domenica dei gregari che diventano campioni, la domenica degli umili lavoratori del pedale, del motore e del ring che entrano d’un botto nell’aristocrazia dello sport mondiale. Non c’è dunque nessuna implicazione politica nel nostro titolo qui accanto. “Potere operaio” vuole solo evocare la forza di tre storie che nobilitano il ciclismo, il motociclismo e il pugilato. Una forza propulsiva, nel nome della quale il destino ha unito le impronosticabili imprese di Richard Antonio Carapaz (Ecuador), Danilo Petrucci (Italia) e Andy Ruiz (Stati Uniti-Messico).
Cominciamo da quest’ultimo, la cui straordinaria performance è sicuramente meno nota delle altre due. Andy Ruiz è un ragazzone di 122 chili, americano di origini messicane. 29 anni, onesto pugilatore, con indomita volontà è riuscito ad arrivare a combattere per il titolo mondiale dei pesi massimi, addirittura nel tempio del Madison Square Garden di New York. Ruiz è un lottatore ma ha un problema: è ciccione. Lo chiamano “il pugile paffuto”, e in effetti se guardate la sua foto in tenuta da boxe non ha proprio il fisicaccio che vi aspettate. Anzi. Ha un discreto buzzo. Lardominali invece degli addominali. Però i suoi cazzottoni devono fare parecchio male, tanto che il favoritissimo Anthony Joshua, suddito di sua maestà la regina, fisico da Bronzo di Riace, ne ha toccate di brutto. E così, clamoroso, Andy è salito sul tetto del globo, in barba alla ciccia superflua. Segnaliamo, tanto per dire qualcosa, che il suo nome completo è Andres Ponce Ruiz Jr. A Livorno, Pisa e dintorni direbbero che con i ponci deve aver fatto un’abbuffata. Ma poi, alla fin fine, gli hanno fatto bene. Giù le mani dai ponci. È tutta salute.
Restiamo nel continente americano. Carapaz chi? Possibile che un ecuadoriano (a scuola mi avevano insegnato a dire ecuadoregno, ma pare che ora non vada più di moda) abbia vinto il Giro d’Italia? Da dove esce? Sapevo che erano i colombiani a cavarsela bene in bicicletta (avevo una simpatia per “Lucho” Herrera, provetto scalatore) ma gli ecuadoriani proprio no. E invece, mai dire mai. Carapaz ha interpretato al meglio le discese ardite e le risalite (cit. Lucio Battisti), piegando uno come Nibali, che non è l’ultimo arrivato. Nelle interviste ha detto più volte che stenta a credere a quello che è successo. Povero figlio, c’è da capirlo. Gli è cambiata la vita. Da campesino dai polmoni d’acciaio a leader del ciclismo internazionale. Quando tornerà a casa, il presidente dell’Ecuador gli consegnerà una meritatissima onorificenza. Tanto per non smentire il potere operaio: il presidente si chiama Lenin Moreno...
A questo punto torniamo a casa nostra. C’era la Motogp al Mugello. Chi ha vinto? Il cannibale Marquez? No. Ah, allora Dovizioso! Macché. Non mi dire, finalmente ce l’ha fatta Valentino? Seeeeeee, è cascato. O allora, chi ha vinto? Petrucci. Petrucciiiii???? Quello che finora non aveva mai vinto, quello a cui era stato sempre affibbiato un ruolo secondario, tipo la vita da mediano, il garzone di bottega, eccetera eccetera. Ebbene, ha vissuto la sua giornata di gloria, oltretutto sulla pista-mito dell’Italmoto. Bravo, bene, speriamo bis.
Ruiz, Carapaz, Petrucci. Il tris d’assi che non t’immagini. Anche questo è il fascino dello sport. —
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