La protesta
Ecuad’or, all’Arena il sogno di Carapaz. Nibali, qua la mano
Richard prende solo 49” dallo Squalo, Roglic strappa il terzo posto a Landa «Un giorno storico». Un trionfo costruito in due tappe: Ceresole e Courmayeur
In Italia su 5 milioni di stranieri l’1,6 per cento secondo recenti statistiche, oltre sessantamila, sono ecuadoriani. In mille solo in Veneto. Lavorano nel sociale (badanti, pulizie) o nell’edilizia. Lontani dal loro paese, in cerca di fortuna. Ieri in centinaia si sono dati appuntamento a Verona per celebrare il loro nuovo eroe nazionale, Richard Carapaz. Perché la vittoria, a sorpresa, ma nemmeno tanto visti i risultati di un anno fa, e l’autorità dimostrata in questo Giro, del ventiseienne corridore della Movistar, è stata anche la festa dell’Ecuador, sedici milioni di abitanti, tutti ieri incollati alla televisione.
Perché l’emittente nazionale è riuscita ad accaparrarsi in extremis i diritti per la diretta tv delle ultime tappe della corsa rosa. Un evento, annunciato addirittura dal presidente della Repubblica Moreno via Twitter. Un’epidemia collettiva.
Chiassosi, colorati, con quella bandiera mostrata con orgoglio: eccoli gli ecuadoriani. Eccolo Carapaz. La sua è stata una cronometro corsa con la tranquillità di chi sapeva che bastava portare in fondo il “compitino” per entrare nell’Arena di Verona da vincitore. Aveva 1’54” di margine su Nibali, ha chiuso con 1’05” di margine, controllando la sua cronometro pedalata dopo pedalata. Poi il trionfo. Carapaz con la mente ha ripercorso le tappe del suo Giro. La caduta di Orbetello, nella giornata della squalifica di Elia Viviani, che gli è costata 45 secondi, la cronometro corsa tutta in difesa a San Marino, il capolavoro nel week-end sui monti a Ovest, con le rasoiate di Ceresole Reale e Courmayeur dove ha costruito il tesoretto per la vittoria finale , il finale thrilling di Como con la rincorsa riuscita a Nibali, il Mortirolo bagnato e le ultime tappe corse con autorità, aiutato sewmpre da una squadra, la Movistar, formidabile.
Un’altra cosa gliel’abbiamo ricordata noi: la conferenza stampa alla vigilia del via della corsa, a Bologna. Tutte le domande venivano rivolte a Landa e al ds Unzue, lui lì timido, silenzioso. L’altro giorno ha sorriso. «Ero qui per aiutare Landa...poi». Il resto lo ha aggiunto ieri, dopo aver abbracciato papà Antonio e mamma Anna Luisa, mai preso un avion in vita loro fin’ora. Idealmente Carapaz ha abbracciato tutto il suo Paese. Si è commosso sulle note dell’inno nazionale, portato i suoi bimbi sul podio (regalando con Emma, la bimba dello Squalo, un’immagine bellissima, Roglic per il suo dovrà attendere solo qualche settimana); ha omaggiato i rivali. «È un giorno storico - ha detto - ho esaudito un sogno. Devo tutto alla squadra che mi ha aiutato in questo Giro. Devo questo momento ai miei genitori, non sapevo nemmeno che mi avrebbero raggiunto qui». Il podio finale? Oltre allo Squalo, che ha chiuso con un’ottima crono, il terzo posto, come da pronostico, è andato allo sloveno Primoz Roglic (Jumbo), che ha completato la rimonta su Landa (Movistar), sempre a disagio contro le lancette, ma non ha vinto come sul San Luca e a San Marino, prova che la sua condizione non fosse come quella delle prime settimane di Giro.
La tappa allora è andata a Chug Haga, statunitense della Sunweb. Ha rischiato vita e carriera, ha cicatrici in tutto il corpo. Nel gennaio di tre anni fa in Spagna in allenamento fu centrato da un’auto che andava contromano assieme a 5 compagni. Ieri ha divorato i 17 km, come avrebbe voluto fare il suo capitano Tom Dumoulin, ritiratosi a Frascati.
Piangeva Haga, rammaricandosi di non aver fatto arrivare la moglie per l’ultima tappa. Se li godeva invece moglie, figli e genitori Richard, il re dell’Ecuador. Il signore del Giro d’Italia. Forse inaspettato, ma bello e meritato.
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