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CICLISMO– GIRO D’ITALIA 

Guarda quei due, sembrano Coppi e Bartali...

dall'inviato Antonio Simeoli
Guarda quei due, sembrano Coppi e Bartali...

Occhiatacce, scatti, dispetti: in salita Roglic e Nibali si annullano. A 2200 metri vince Zakarin e Landa guadagna ancora

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Là dove osano aquile e stambecchi, e dove le marmotte sono a tal punto protette da tener lontani gli elicotteri e i loro motori rumorosi, insomma eccolo al Parco Nazionale del Gran Paradiso a 2.247 metri di quota del Lago Serrù ufficializzato, stampato, vidimato, conclamato il duello del Giro d’Italia.

Bello, intrigante, fortunatamente solo all’inizio, foriero di battaglia. Dura. Sì, perché negli ultimi 6 km di dura salita, dopo che i corridori si erano sciroppati due colli tosti come il Colle del Lys e il Pian del Lupo, e dopo che la solita fuga da lontano aveva esaltato anche corridori pericolosi come Mollema (Trek) e Zakarin (Katusha), si sono trovati di fonte Primoz Roglic e Vincenzo Nibali. Non è stato ancora il duello finale tra lo sloveno della Jumbo-Visma e lo Squalo della Bahrain Merida, che deve recuperare 1’44” in classifica, ma in quei 6 km si è visto molto, moltissimo. Intanto una cosa: Roglic (per ora) è in grande forma, anche in salita. Con la sua pedalata ad altissima frequenza aggredisce la strada con una potenza da far paura. Nibali? È in una condizione meravigliosa il 34enne campione. Perché altrimenti il passo dello sloveno emergente, e di 5 anni più giovane, non lo tieni, e perché in tutti gli ultimi grandi giri a cui aveva partecipato, compreso quello vinto nel 2016, aveva pagato dazio, anche se a volte solo per pochi secondi, nella prima tappa di montagna della corsa.

Invece no. Nibali ieri ha corso con gambe e soprattutto testa. Sa che lo sloveno è forte. Ha provato a far alzare il ritmo nel gruppetto dei big a Pozzovivo ai -15 km, ma quando ha visto che il rivale non cedeva, e soprattutto non tirava, gli ha detto: «Se vuoi vieni a casa mia a fotografare la mia galleria dei trofei». Come dire, datti da fare sennò il Giro non lo vinco io, che ne ho vinti due, ma nemmeno tu. Morale, la maglia rosa “virtuale” ha collaborato. I due poi si sono pure punzecchiati con un paio di allunghi. L’uno con intensità di pedalata folle, l’altro meno agile, ma dalla gamba potente. Alla fine gesto d’intesa di Roglic, tiepida risposta del siciliano.

Perché Nibali ha invitato Roglic a non fare il furbo? Semplice. Come in molti duelli c’è anche un terzo incomodo. In questo caso ce n’è più d’uno. Il primo è Mikel Landa. A 15 km dall’arrivo il basco Movistar, lumaca di lusso nelle due crono, ha provato a recuperare altro terreno dopo i 30” rosicchiati giovedì. L’obiettivo era rientrare in classifica. E Landa, super come al Giro 2015 e al Tour 2017, alla fine ci è riuscito. Ora è a 2’43” da Roglic e a un minuto da Nibali. Insomma: è tornato in ballo per la maglia rosa. E attenzione nell’alta valle dell’Orco, quella che Vittorio Emanuele II nell’800 aveva scelto come riserva di caccia, con il paese, Ceresole che si fregia, unico in Italia con Venaria, del titolo di “reale”, e in cui sopravvive la scuola più piccola d’Italia con solo un paio di iscritti, ha proposto anche altri potenziali incomodi. Il primo, sfortunatissimo, si chiama Miguel Angel Lopez. Con i “se” e i “ma” anche nel ciclismo non si fa la storia, ma anche ieri sul più bello il giovane colombiano è stato frenato da un problema meccanico, ha perso quasi un minuto, ha rincorso in modo furibondo per poi vedere i duellanti accelerare quando ormai li aveva a tiro. Con i prossimi giorni “a tutta salita”, noi il capitano dell’Astana, fossimo nei pretendenti alla rosa, non lo considereremmo out. Come non lo sono, anzi, il vincitore di Zakarin e Mollema, ora tra Roglic e Nibali in classifica, oppure Carapaz (Movistar) o Majka (Bora). Chi invece da ieri ha dovuto abbandonare i sogni in rosa è Simon Yates (Mitchelton). Alla prima accelerazione seria dei rivali ha alzato bandiera bianca. —

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