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MASSIMILIANO PANARARI 

IL FIGLIO DEGLI ANNI 70 DOMINAVA LA MACCHINA

IL FIGLIO DEGLI ANNI 70 DOMINAVA LA MACCHINA

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C’era un’epoca in cui le grandi figure dello sport risultavano popolarissime senza essere ancora icone. A fare da ponte per questo passaggio, e a governare quel glorioso interregno, è stato Niki Lauda, la prima icona pop a tutti gli effetti dell’universo sportivo.

Uno dei simboli per antonomasia della Formula 1, e del suo principale – e sempiterno – elemento di fascinazione, la velocità. E un figlio esemplare – ed eclettico – degli anni Settanta, un’altra fase e un altro mondo se guardati con gli occhi di oggi, di cui Lauda, il bel nordico biondo calato in Italia su chiamata della Ferrari, era una perfetta rappresentazione. Prima, giustappunto, che i campioni dello sport diventassero in tutto e per tutto dei divi della società dello spettacolo, quando ancora si rivelavano molto famosi senza essersi integralmente convertiti in celebrity.

E quando si rendevano protagonisti di imprese e risultati straordinari senza che la “tecnica” e le tecnologie avessero ancora raggiunto quella capacità di supportarli (e di migliorarne le prestazioni) che avremmo visto dispiegarsi nei decenni seguenti. Tre volte campione del mondo di Formula 1, vittorioso in venticinque Gran Premi, e poi capace di reinventarsi come dirigente e imprenditore; e, nel ’76, in grado di tornare in pista appena quarantadue giorni dopo quel tremendo incidente sul circuito del Nurburgring che lo aveva sfigurato. Un eroe di un’età di campioni tutti di un pezzo, ma anche a loro modo gentiluomini, e spesso disponibili a sobbarcarsi fatiche epiche per centrare l’obiettivo.

Un cavaliere errante e solitario della velocità, per il quale la sfida era innanzitutto con se stesso e consisteva nella voglia di misurare, superandoli, i propri limiti. Un modello agonistico in cui si avverte parecchio del clima di certi anni Settanta, e che si ritrova pure nella ribellione al padre, il businessman e banchiere Hans Lauda, il quale aveva pianificato per lui un destino differente, non approvando affatto la sua passione per i motori. Così come assolutamente Seventies è il paradigma di fama che Ron Howard ha riproposto nel suo ottimo film Rush, presentando la rivalità tra Lauda e James Hunt come quella tra due rockstar di quel decennio.

La pellicola del 2013 è, infatti, un omaggio, e solo una delle ultime testimonianze recenti del segno marcato che il pilota austriaco ha lasciato sull’immaginario collettivo, dalla canzone Nuntereggae Più di Rino Gaetano ai fumetti Disney (dove venne ribattezzato, in una storia di metà anni Ottanta, Niki Bagnacauda, mattatore della scuderia McPaper), fino alle anime giapponesi (tra cui la saga di Lupin III). Naturale conseguenza del suo essere assurto a uno statuto (letteralmente) «proverbiale»: per diverse generazioni il suo nome e cognome si sono trasformati nel soprannome da attribuire a chi faceva le cose molto rapidamente. O in un’esortazione a non correre a rotta di collo, visto che di Niki Lauda ce n’era uno e uno solo.

Una leggenda, per l’appunto, alfiere di una strepitosa stagione sportiva (e non soltanto) in cui, si potrebbe dire, umanesimo e tecnica andavano d’amore e d’accordo. E nella quale l’uomo prevaleva ancora sulla macchina, dominandola col proprio talento. Prometeo, e non cyborg quindi, mentre oggi il pilota è sempre meno un «uomo solo al comando» dell’auto, e appare assimilabile di fatto a uno dei plurimi fattori che concorrono alla vittoria sulla pista. E con Niki Lauda se ne va, così, anche l’ultimo grande campione dell’Era moderna (e romantica) della massima serie dell’automobilismo. —



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