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Addio Lauda, campione che visse due volte Dall’auto in fiamme uscì un asso leggendario

Stefano Tamburini
Addio Lauda, campione che visse due volte Dall’auto in fiamme uscì un asso leggendario

Fra l’estrema unzione dopo l’incidente a Nurburgring e la morte ha messo in mezzo 43 anni. Tre Mondiali vinti e un mito che non si spegne  

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Fra l’estrema unzione e la morte ha messo in mezzo 42 anni, quasi 43, due vite in una che fanno una leggenda. L’uscita di scena di Niki Lauda, 70 anni, non era inattesa eppure sorprende: uno come lui sembrava davvero che non potesse o non dovesse andarsene mai. Sì, perché le chicane della vita sono sempre state molto insidiose per il campione austriaco, eppure le ha superate tutte quante. Ha conquistato tre Mondiali di Formula 1 ma è come se fossero trenta, perché uno come lui talvolta vince anche se perde. Prendete il Mondiale 1976 sotto l’uragano di Fuji, in Giappone. Era l’anno dello schianto al Nurburgring, del drammatico rogo dal quale si era salvato per mano di un pilota italiano, Arturo Merzario, al quale aveva portato via il posto in Ferrari. Fu lui, Merzario, a tirarlo fuori dalle fiamme, un atto di eroismo per un po’ ignorato e poi ripagato con un orologio (regalo riciclato) a ricordo di un calvario intenso ma rapido, cominciato appunto con l’estrema unzione, tanto appariva grave, e chiuso con un recupero miracoloso.

l’IMPRESA DI MONZA

Quella mancata riconoscenza (Lauda disse «grazie» a Merzario solo 30 anni dopo) all’inizio aveva generato tensione fra i due per poi diventare motivo per riderci su. Ecco, prendete quella stagione lì: il rientro lampo, 42 giorni dopo lo schianto, il ritorno in pista a Monza e un quarto posto miracoloso, sfigurato, con le ferite sul volto che ancora sanguinavano e provocavano dolore. Lauda arrivò all’ultimo Gp con tre punti di vantaggio su James Hunt, eppure non bastarono, perché si ritirò dopo due giri e Hunt arrivò terzo, superandolo di un punto. Quando scese dalla macchina, l’ingegner Mauro Forghieri gli disse: «Niki, diremo che è colpa di un guasto». Secca la replica: «No, tu dire verità, io umano, paura di morire». Niki, quello della splendida coppia con Clay Regazzoni e Montezemolo ai box, il Mondiale se lo prese l’anno dopo ma è come se avesse vinto anche quello, perché ammettere la paura rese umano il pilota chiamato “computer”, uno capace di rendere la macchina perfetta. Più avanti ebbe modo di riassumersi in una frase che da sola basta e avanza: «Vincere è importante; ma è dalle sconfitte che ho imparato di più, per il mio futuro».

Lauda non è stato solo un pilota leggendario, si è ritirato due volte: «Basta girare in tondo, non ne posso più», disse alla prima uscita di scena. Fra un pezzo di carriera e l’altra (due Mondiali con la Ferrari e dopo uno con la McLaren) ha fondato due compagnie aeree. I suoi numeri non bastano a raccontare una carriera che è molto più dei tre Mondiali e dei 25 Gp vinti. Era nato ricco, figlio di banchieri che non lo volevano sulle piste e per questo si indebitò fino a dare in pegno un’assicurazione sulla vita, prima di “svoltare” con l’ingaggio Ferrari nel 1974.

LA ROSSA, AMORE e...

Quello con la Rossa è stato un rapporto controverso. Al figlio del Drake, Piero Ferrari, una volta disse che la macchina era «una merda». Piero lo pregò di non usare quei toni con il padre ma Niki seppe essere comunque chiaro, riuscendo poi a far migliorare quell’auto grazie alla sintonia con il progettista Mauro Forghieri. Con la Rossa non è stato tutto rose e fiori, il ritiro di Fuji finì con il minare il rapporto e, nella seconda parte della carriera e poi da dirigente, è stato fiero avversario. E non sono mancate le stoccate, come quella volta che nel 2015 in un’intervista alla Bild disse che «alla Ferrari gettano solo spaghetti e non sanno mettere in strada la macchina nel modo giusto». La gara successiva la vinse la Ferrari e il capo del team Maurizio Arrivabene festeggiò così: «Non mi piacciono gli spaghetti, ci siamo fatti una pizza all’arrabbiata».

A Niki, invece gli spaghetti, piacevano e come. A Montmeló nel 2013, dopo le qualifiche del sabato, lo videro entrare nell’hospitality Ferrari dove c’è il ristorante, accolto da un suo vecchio meccanico: «Niki, ma tu sei della Mercedes». «Qui si mangia meglio» (con la c al posto della g, alla tedesca) fu la replica divertita.

L’ultimo malanno è stato un problema ai reni, dopo il trapianto di polmoni. L’ultima apparizione nel paddock è stata a Silverstone nel 2018, nei box della Mercedes della quale era presidente non esecutivo. Ma con Lauda dentro un box di “non esecutivo” c’era poco. Della F1 di oggi diceva un gran bene: «Se avessi potuto avrei corso in quest’epoca. Avrei guadagnato molti più soldi e avrei ancora le orecchie». Cosa che non gli provocava granché disagio: «La chirurgia estetica? È roba da deboli. Io non sono mai stato con una donna rifatta, mi fanno impressione». —



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