Il dolore
La volée che ti cambia la vita
Storia di un ingorgo notturno, di un giocatore di Coppa Davis e di un’intuizione improvvisa: l’eterna, geniale discesa a rete di Mansour Bahrami
Tutte le auto sono ferme, per chilometri e chilometri: clacson isterici, pugni sui volanti. Intorno a quella lunga strada paralizzata, Parigi si appresta a festeggiare. Nella notte del 31 dicembre del 1981 migliaia di persone si ritrovano in trappola, nelle loro scatolette a quattro ruote, lungo gli Champs Elysees. C’è un giovane uomo, uno dei tanti, solo in una delle macchine. Ha venticinque anni, una storia complicata alle spalle e qualche sogno cocciuto da inseguire. Viene da un paese molto lontano, fatto di deserti e montagne, un paese dove ha gioito e sofferto e dice ha giocato a tennis, fin da bambino, contro le indicazioni di tutti. Ha giocato anche se sa racchette, sì, ci è riuscito, perché certi sogni sono più forti della povertà o della cattiveria.
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Al posto delle racchette ha imparato a giocare con le vecchie scope di legno, con le padelle della madre e persino con le mani, solo con quelle. Ora è nervoso ma non disperato: ne ha già viste tante, nella sua giovane vita, un gigantesco ingorgo a capodanno non farà la differenza. Le mani sul volante, il pensiero di una festa dove non potrà arrivare in tempo, Mansour Bahrami, giocatore di Coppa Davis per l’Iran, rifugiato in Francia dopo la rivoluzione islamica, aspirante professionista e collezionatore di espedienti per campare, non lo sa; ma sta per giocare la volée più bella della sua vita.
Sì volta alla sua sinistra. Nell’auto ferma, parallela alla sua, c’è una donna bellissima, da far perdere la testa. E lei, attenzione, ricambia lo sguardo. Poi, addirittura, sorride. Sta per scoccare la mezzanotte e Mansour, che conosce la profonda arte dell’improvvisazione, fa la sua mossa. «Dicono che a mezzanotte ci si debba baciare. Lo facciamo?».
Frederique sorride di nuovo. Poi guarda l’orologio. Poi dice sì. Mansour scende dalla sua auto, lei fa altrettanto e in un concerto metallico, un tripudio di grida, motori e tappi di champagne, i due si baciano sul serio. La vita è come una discesa a rete, fragile e decisiva; è una cosa poco semplice che ha a che fare con certi istanti e con certe traiettorie. Mansour Bahrami, nato ad Arak, nella provincia persiana del Markazi, segue quella strana traiettoria e si innamora in quell’istante.
In singolare non riuscirà mai a fare la differenza. Ma in doppio diventerà un campione: arriverà in finale al Roland Garros, agli Open di Francia del 1989, in coppia con Éric Winogradski. Massima posizione nella classifica mondiale: numero 31. Trentuno, come il trentuno dicembre.
Mansour Bahrami è ancora in attività, nei tour di esibizione per i fuoriclasse veterani. A giugno sarà protagonista di un grande evento a Wimbledon con John McEnroe (che lo chiama Genio: sì, McEnroe chiama “genio” Bahrami) e tanti altri grandi ex giocatori, comprese le nostre Schiavone e Pennetta. Quando gioca Mansour, sembra di vedere il circo: non sono partite vere, in campo è tutto uno scherzo, una gag. E a un certo punto lui gioca con le padelle, o addirittura con le mani.
Frederique è diventata sua moglie nel 1983 e gli ha dato due figli. Si amano da quella notte. Certe volée non finiscono.
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