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L’INTERVISTA 

De Biasi il giramondo: «Sbagliato non investire sui nostri giovani»

A.G.

Il tecnico che ha allenato la nazionale dell’Albania sottolinea le conseguenze dell’eccessiva esterofilia italica

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Esperienze in Albania, memorabili i successi con la nazionale della Aquile, e Spagna, Gianni De Biasi è l’esperto ideale per commentare la deriva esterofila del nostro calcio. La percentuale di giocatori provenienti da federazione straniera è aumentato del 5%, solo nell’ultimo anno. «Ci sono due facce della stessa medaglia: da una parte un numero così massiccio di stranieri comporta evidenti problemi per le rappresentative nazionali, con i commissari tecnici costretti a pescare in un bacino ovviamente più ridotto, dall’altra i giocatori stranieri possono comunque insegnare qualcosa, a livello di mentalità e di approccio al mestiere di calciatore».

La nostra Serie A è il campionato con il maggior numero di stranieri tra i campionati top.

«Il problema principale non consiste nella quantità di “migranti” quanto nella loro qualità. Purtroppo si preferisce investire su calciatori esteri di poco talento piuttosto che fare lo stesso sui nostri giovani, ennesima riprova di quanto il nostro paese sia malato di esterofilia. A pensare male si potrebbe pensare a “giri strani”, e non mi riferisco soltanto al massimo campionato, anzi».

Da allenatore, come si fa ad amalgamare culture calcistiche così diverse?

«Bisogna fare una distinzione; gli europei hanno, per indole e mentalità, la capacità di calarsi agevolmente nella nuova realtà, lo stesso invece non può dirsi per i sudamericani e, ancor più, per gli africani. I disagi sono maggiori, soprattutto con i giocatori normali: c’è il problema della comunicazione, anche con i compagni di squadra, delle diverse abitudini alimentari, amplificate dalla lontananza da casa. I più intelligenti, e dotati, riusciranno poi a trovare la strada giusta con i compagni, gli altri avranno molte più difficoltà».

Tatticamente quanto è difficile farli coesistere?

«Bisogna cercare di dare a tutti la possibilità di esprimere le proprie doti; certo un brasiliano ed un argentino saranno sempre più fantasiosi di un europeo, ovviamente va loro fatto capire che i dribbling è meglio farli vicino alla porta avversaria che alla propria. Attenzione, però, aldilà dei problemi di ambientamento, il calcio, è comunque sport democratico: se hai talento alla fine riesci a trovare la strada per giocare, e farlo bene».

Ampliando il ragionamento, un così massiccio numero di stranieri fa venir meno il senso di appartenenza.

«Per capire l’identità del territorio, del luogo in cui vivi, serve del tempo; in questo senso è fondamentale conoscerne le peculiarità per esprimere il meglio del proprio rendimento, fermo restando che a fare la differenza è sempre il talento, e quello o lo hai o non lo hai». –

A.G.

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