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QUANDO IL BOSS RENDE OMAGGIO ALL’AMICO CHE VA

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Lo avevano fatto Ferguson e il Manchester United, Wenger e l’Arsenal. Storie d’amore durate venti, trent’anni. L’uno, l’allenatore, che si immedesima nell’altro, il club. Non succede quasi mai. E’ successo ieri a Torino, e per il calcio italiano è un frammento di storia: Agnelli e Allegri, il patron e il tecnico, che suggellano il proprio divorzio tra battute, occhiate d’intesa, tirate in slang livornese, voci rotte dal pianto, occhi arrossati. Come dire: è finita, ma ci siamo tanto amati. Puro stile Juve: sentimenti, certo, ma la vita continua. Verso la prossima vittoria.

Max è stato Max, anche nell’ultimo atto. Con la sua forza e le sue debolezze. Con le battute in livornese (le gabbionate, il “cinque e cinque”) a fare da argine contro quel groppo in gola che due, tre volte si è manifestato, lo ha obbligato a interrompersi ed a fare ricorso al salvifico bicchiere d’acqua. Con la sua ferrea convinzione, ribadita anche al momento dell’epilogo, che il calcio sia più semplice di quanto vogliono farlo apparire: il risultato, la vittoria. Chi lo coglie e è un vincente, chi non lo coglie viene triturato dalla storia. Con Agnelli, e si vede a o cchio nudo, è stata amicizia vera tra due ragazi cresciuti, passati - lo hanno detto loro, ridendo - anche per fallimenti sentimentali abbastanza simili. Il rapporto resterà, e la conferenza stampa congiunta è prova del saldo legame. I due abitavano nello stesso palazzo, uno sopra e un sotto, condividevano il cappuccino della mattina. A un certo punto però il patron ha dovuto ascoltare la “pancia” della società (ieri non c’era Nedved, indicato come l’esecutore) che voleva girare pagina, dare lo scossone, cambiare. Nessun indizio, anzi un silenzio piccato, sul successore. E lui, Max, tra otto giorni girerà la prua dell’auto. Verso Livorno, Monaco, Parigi? Tanto non ve lo dirà mai. —

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di Redazione Pisa