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Buoni amici, mai amanti Storia di un livornese che ha corteggiato Milady senza trafiggerle il cuore

GIORGIO BILLERI
Buoni amici, mai amanti Storia di un livornese che ha corteggiato Milady senza trafiggerle il cuore

Le vittorie, gli scontri con i giocatori, la “fronda” di Nedved e Paratici E l’ultima scommessa sul tavolo, sapendo di doverla perdere 

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IL PROFILO

GIORGIO BILLERI

Resterà quel cipiglio perennemente in bilico tra il serio e il divertito. Resterà quel sorriso sospeso tra il bene e il male, tra vittoria e sconfitta. Resteranno le battute in un vernacolo livornese mai sconfessate, che la compassata stampa sabauda non capiva, pur ridendoci. Resterà il rapporto franco, aperto, quasi adolescenziale con il ragazzo Agnelli, il matrimonio di convenienza, tutto sorrisi e moine in pubblico, gelido come due amanti medievali in privato, con Nedved e Paratici, il nuovo che avanza nella nomenklatura juventina. Gli innamoramenti e i disamori con le stelle dello spogliatoio. Resteranno le vittorie, celebrate da tutto il popolo con i giocatori, quasi mai con lui. Resteranno i flop europei, anche se due finali per Max (e vorremmo vedere...) sono quasi come vittorie. Resteranno cinque scudetti di fila, come il glorioso quinquennio degli anni Trenta.

I pomodori , gli ortaggi e le uova che planarono sul parabrezza dell’auto all’arrivo a Vinovo. Resterà un amore contrastato, difficile tra un livornese atipico, freddo, ma pur sempre livornese e l’ambiente più tradizionalista e paludato che c’è. Dove vincere è come respirare: una sola sconfitta vale un anno di vita.

Da ieri, Massimiliano Allegri è un uomo libero. Non ne sarà troppo dispiaciuto: se ha forzato la mano, se sul tavolo delle trattative ha messo fiches pesantissime come un novello Ferguson sapeva che il rischio era alto, e magari lo ha fatto anche di proposito. Aveva chiesto un ingaggio sui livello dei top europei, non lontano da Guardiola, Klopp e Pochettino perchè lui - e qui il Dna livornese invade la scena - non si sente inferiore a nessuno. Max sa di conoscere il calcio, i suoi meccanismi e le sue perversioni ambientali: sapeva bene che il sesto scudetto di fila sarebbe stato accolto come un genitore accoglie il sei stiracchiato del figlio, e che se la Coppa dalle grandi orecchie fosse caduta ancora in mani nemiche, il replay del lancio di uova non sarebbe stato solo un brutto pensiero. Max ha spinto sull’acceleratore sapendo che dall’altra parte avrebbe trovato un muro. E ora è libero di ripensare se stesso e il suo modo di predicare calcio: al Psg, magari, all’Inter, forse. O magari seduto su uno scoglio per un anno, a godersi la vita.

Allegri vive in mezzo alle scommesse da quando è ragazzino. Il gusto dell’azzardo lo ha sviluppato nelle afose serate dell’Ardenza, dove l’ippodromo diventava adrenalina, dove sceglievi un cavallo e la corsa diventava vittoria, resa, gioia, rabbia. Spesso ha paragonato i giocatori ai cavalli, e non è un caso: lui ha scommesso su di loro, in vari modi. Trasformandoli, plasmandoli, cambiando ruoli e attitudini. Collezionando trionfi tattici e qualche cantonata.

Nel mondo Juve, la livornesità (la toscanità, in generale), può rappresentare un grande valore aggiunto ma anche un limite. In quel club si frequentano party esclusivi in tuta da operaio, la vittoria è l’imperativo ma passa attraverso la ferrea disciplina, l’aziendalismo, il controllo assoluto dei gesti e delle parole. I giocatori che arrivano qui si trasformano da scatenati ragazzini con gel e tatuaggi in soldati da Accademia di West Point. Questo, Allegri, ha finito per accettarlo, ma non l’ha metabolizzato mai. Il livornese atipico che è in lui lo ha consigliato di attenersi alle regole della Real casa, il guascone (lo era da calciatore, lo è stato in qualche funambolismo nella vita privata) lo ha sempre spinto invece ad essere se stesso. Uno che, come nelle serate dell’Ardenza, vuole dire quello che pensa. Che mal sopporta i fronzoli di una critica affidata alla tribù degli ex calciatori (lite con Adani docet), chi vorrebbe il calcio meno semplice di quello che (ci ha anche scritto un libro) pensa lui. Vincendo e rivincendo, ma rimanendo sempre appeso a quel sorriso guascone e a quel modo livornese di vedere la vita, con meno steccati di quanto mamma Juve vorrebbe imporre, Max piano piano si è isolato, è stato accerchiato dai nemici. I delusi del campo, Dybala e Cancelo su tutti (tutti negano, ovviamente), Nedved e Paratici che dopo il ko con l’Ajax hanno iniziato il lavoro di demolizione, convinti che questa squadra la Champions avrebbe potuto/dovuto vincerla. Da scommettitore dell’Ardenza, da livornese diverso e scaltro, Max se n’è accorto, è andato al totalizzatore ed ha giocato l’ultimo biglietto, sapendo di perdere. Ed ha perso. O magari ha vinto. Lo scoprirà la prossima panchina. —

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