Come ti cucino la grande rimonta con tre ingredienti
La sua Inter mise a segno due “remuntade” con Lione e Strasburgo prima di arrivare a conquistare la Coppa Uefa nella stagione 1997-98
Certo, non così eclatanti come quelle di Liverpool e Tottenham. Ma anche l’Inter di Gigi Simoni mise a segno le sue belle rimonte sulla strada che l’avrebbe portata alla conquista della Coppa Uefa nella stagione 1997-98. Esiste dunque una ricetta per ribaltare una situazione che sembra ormai compromessa? Conoscerla porterebbe all’Oscar della panchina in pianta stabile, ma Simoni è convinto comunque che tre ingredienti non possano mancare: un gruppo unito, il carattere forte di alcuni singoli e un pizzico di fortuna. E magari, ciliegina sulla torta, anche un supercampione, che non guasta mai.
L’ex tecnico ha festeggiato da poco gli 80 anni, 65 dei quali passati sui campi di calcio, oltre 400 partite come calciatore, più di 1100 seduto in panchina a guidare squadre grandi, medie e piccole di tutta Italia (e non solo). E dunque chi meglio di lui può spiegare come si motivano i propri ragazzi quando c’è da affrontare un ostacolo che sembra ragionevolmente difficilissimo o insormontabile.
Il suo pensiero torna alla sua stagione più bella, quella culminata con lo scudetto perso di un soffio con la Juventus (e alle polemiche infinite per il rigore non concesso a Ronaldo) ma conclusa con il trionfo nella Coppa Uefa. Ma per arrivare a quella Coppa servirono appunto due rimonte. Sedicesimi di finale, l’Inter toppa la gara in casa col Lione perdendo 2-1 e già in molti la danno per spacciata, i processi sono già pronti. Ma i nerazzurri vanno in Francia e vincono 3-1 (doppietta di Moriero e gol di Cauet). La marcia riprende ma c’è subito un altro intoppo francese. Agli ottavi di finale, l’Inter perde 2-0 a Strasburgo. Sembra di nuovo il capolinea, invece a San Siro i nerazzurri vincono 3-0 e ripartono verso la magica notte di Parigi.
C’è ormai una letteratura sui “discorsi dello spogliatoio”. Gigi Simoni, più sobrio, spiega che la cosiddetta mentalità vincente è il frutto di un lavoro che si prepara dall’inizio dell’anno, negli allenamenti quotidiani, cercando di dare ai giocatori fiducia nei loro mezzi e motivazioni. «Non si sempre si riesce - dice Simoni - Conta molto la personalità dei giocatori. Alcuni questa mentalità vincente l’hanno nel loro dna». Due nomi? «Simeone e Zamorano, non c’era neanche bisogno di motivarli troppo. E loro riuscivano a trascinare gli altri».
«Quell’Inter era una squadra con un grandissimo spogliatoio, c’era coesione tra i giocatori e tra allenatore e giocatori. E poi Ronaldo creava entusiasmo, i compagni sapevano che in qualunque momento avrebbe potuto risolvere una partita». Poi quando, si segna al 96’ come il Tottenham, un po’ di fortuna ti aiuta.
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