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Quando la vittoria è nel nome del figlio

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La scuote, quella coppa, come se volesse cercarci qualcosa che conosce, una voce, un cenno, una partecipazione alla gioia immensa di un momento speciale. E, sotto gli occhiali scuri, piange sorridendo. Quella di Paolo Simoncelli nella tarda mattinata di Jerez della Frontera è un’oasi di felicità nell’esistenza di un padre disperato per la morte di un figlio e che oggi proprio nel nome del figlio conosce il giorno più bello dopo il lutto. Anche perché su quel podio aveva visto il suo Marco salire per la prima volta sul gradino più alto. Anche allora era di maggio, era il 2 ed era nel 2004, 15 anni sono passati fra due gioie immense. Nel mezzo tutto: la crescita del pilota che diventa campione, la tragedia di Sepang il 23 ottobre del 2011, la disperazione, il dolore e il “dopo”.

Stavolta è il padre che sale sul podio, premiato come capo della scuderia di Moto3 che porta il nome del figlio. I suoi due piloti sono lì a fianco che lo guardano: Niccolò Antonelli primo e Tatsuki Suzuki secondo. Hanno vinto loro ma tutti pensano a Marco.

Nelle fasi salienti del Gran premio, con Suzuki quasi sempre in testa, hanno inquadrato Paolo a mani giunte davanti allo schermo. Subito dopo il trionfo è scoppiato in lacrime, si è rifugiato nel box e poi è uscito trovando tutto il Paddock ad attenderlo. Piloti, tecnici e meccanici rivali uno dopo l’altro ad abbracciarlo. E quando si è trovato di fronte Fausto Gresini, il capo dell’ultimo team di Marco, gli occhi bastavano per dire quello che nessuna parola avrebbe potuto esprimere.

Papà Simoncelli ha messo su questa scuderia per dare un senso a un lutto. E non si è fermato alla pista, spendendo tempo e risorse in opere solidali, specie a sostegno delle famiglie con figli disabili. «Non sono una persona speciale, sono un padre disperato. Siamo stati subissati di donazioni dopo la scomparsa di Marco, lo facciamo per lui».

Anche adesso quelle lacrime e quella gioia sono per Marco. La suggestione è forte, Paolo si limita a dire che «qui c’è un po’ di storia». Aveva già avuto modo di pensarci il 14 aprile, meno di un mese fa in Texas, quando il pilotino giapponese (ormai anche riccionese) è scivolato in curva a sei giri alla fine, mentre era al comando. Allora le telecamere sorpresero Simoncelli abbracciato a Suzuki che temeva una ramanzina per l’errore commesso e che invece si vide parare contro quei baffoni piegati dalla commozione e un affettuoso «cazzo, oggi mi hai fatto sognare».

Stavolta invece non è un sogno. È tutto bello, speciale, immenso, anche se neanche mille giornate così potranno mai compensare il dolore che l’uomo si porta dentro. Quella coppa alzata nel nome del figlio è un messaggio di speranza, anche se non tutti quelli che vivono strazi simili a quelli di Paolo Simoncelli hanno mezzi e tempra per far vivere qualcosa che ricordi chi non c’è più. Però quella coppa alzata al cielo segna la differenza che c’è fra un affetto scomparso e quello che non è mai andato perduto. Sì, su quel podio, ieri, con Paolo c’era anche Marco. Non lo si poteva vedere ma “sentire” certamente sì. — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

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