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Ayrton, questi 25 anni non sono mai passati È morto, era al comando: per tutti resta primo

STEFANO TAMBURINI
Ayrton, questi 25 anni non sono mai passati È morto, era al comando: per tutti resta primo

Il Primo maggio 1994 la tragedia di Senna: la fine di un campione ispiratore di sogni, un idolo che va oltre le generazioni

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STEFANO TAMBURINI

Se n’è andato quando era in testa e lì è rimasto: nessuno, da quel 1° maggio 1994, si è mai avvicinato a lui nella classifica dell’amore sportivo. Ayrton Senna era molto più che un pilota, un campione, un ispiratore di sogni. Era uno che prima piaceva a tanti e dopo è piaciuto a tutti. Nello sport dei motori, e anche in quello senza, non c’è un’altra storia simile a quella di questo brasiliano di 34 anni con uno sguardo velato di tristezza che sapeva aprirsi in sorriso gioioso. Uno così sarebbe piaciuto alle donne anche se non avesse fatto acrobazie al volante ma le magie in pista erano più che un valore aggiunto, perché c’erano coraggio, tecnica, talento, sogni da regalare a ogni manovra. Era uno che vinceva anche se non arrivava primo, perché era quello che avrebbero voluto essere tutti quanti se fossero stati al suo posto.

NON SI DOVEVA CORRERE

Senna morì alle 18,40 in ospedale a Bologna dopo l’incidente alle 14,17 sulla pista di Imola per un Gran premio di San Marino che non si sarebbe dovuto correre. Era il terzo di una strana stagione, con le macchine dell’anno prima adattate al nuovo regolamento che eliminava sospensioni intelligenti e altri aiuti al volante. Guidarle, come si è visto dopo, era terribilmente complicato e poco sicuro. Chi è stato vicino a Senna aveva colto i suoi timori. Il venerdì in prova aveva rischiato grosso un giovanissimo Rubens Barrichello e il giorno prima era morto un pilota austriaco di retrovia alle ricerca di un posto in griglia attraverso qualificazioni capestro. Si chiamava Roland Ratzenberger ed era lanciato su un rettilineo a oltre 300 orari quando si staccò un alettone e andò dritto contro il muro in fondo alla curva intitolata a Gilles Villeneuve, altro mito morto al volante di una Ferrari nel 1982. Non si sarebbe dovuto correre ma erano troppi gli interessi in gioco: i duecentomila biglietti venduti, i diritti tv e anche una certa supponenza che faceva ritenere sicure le gare, visto che non c’erano morti in pista da 12 anni e quella dell’austriaco veniva ritenuta a torto una fatalità.

IL DOLORE NEL MONDO

Fu uno strazio planetario. La salma fu portata via da Bologna dall’aereo della presidenza della Repubblica fino a Parigi, dove l’attendeva l’ultimo volo per il Brasile. Il comandante aveva fatto smontare dei sedili passeggeri per far posto al campione. Il 5 maggio a San Paolo il funerale fu seguito da tre milioni di persone per un gigantesco abbraccio che non si è mai allentato di fronte alla tomba numero 11 nel cimitero di Morumbi, dove la scritta “Niente può separarmi dall’amore di Dio”) accompagna il nome del campione e una bandiera brasiliana.

LO SCOOP E LE INDAGINI

I titoli dei giornali furono durissimi: “Con Senna muore questa Formula 1” (Gazzetta dello Sport), “Hanno ucciso Senna” (Corriere dello Sport). Il settimanale Autosprint uscì con una prima pagina tutta nera e nelle stanze della sua redazione nacque lo scoop che ha dato un preciso indirizzo al processo.

Un ottimo lavoro giornalistico che ha individuato le responsabilità ben oltre le sentenze arrivate dopo indagini e processi ostacolati in tutti i modi dalla scuderia coinvolta, la Williams, e dai capi del Circus. Il tutto secondo la filosofia giuridica anglosassone contrapposta a quella italiana, più rigorosa e assolutamente non pronta ad accettare la logica britannica del “Motorsport is dangerous” (pericoloso) e dunque che si possa morire senza andare troppo a guardare perché. Lo scoop nacque dopo aver deciso di non pubblicare, anzi distruggere, le uniche immagini di Senna agonizzante scattate dal fotografo del settimanale, Angelo Orsi. Tutto il mondo le chiedeva, ci sarebbe stato da diventar ricchi, eppure il direttore Carlo Cavicchi le infilò in un cestino, perché l’orrore non aggiunge, anzi toglie. E furono altre foto ad aprire la strada alla verità, quelle che facevano vedere il piantone dello sterzo adagiato a terra. Inizialmente si pensò che potessero essere stati i soccorritori a tirarlo via, invece arrivò l’intuizione di un giovane pilota, Gabriele Tarquini, oggi a 56 anni campione del mondo Turismo, che vide le immagini sul giornale e chiamò in redazione: «Se non l’hanno tolto i soccorritori, quel volante spiega tutto». In effetti si era rotto e aveva causato l’uscita di pista. Si era rotto perché era stato modificato in modo maldestro (segato per fare una “giunta” con un pezzo nuovo) per rendere più agevole l’angolo di impugnatura.

LA DEDICA DEI CALCIATORI

E dunque per Ayrton resta almeno la consapevolezza di avergli reso onore attraverso la verità, un trofeo che va al di là dei tre Mondiali e dei 41 Gp vinti. Senna lo hanno portato idealmente sul podio anche i calciatori del Brasile, qualche mese dopo la tragica domenica di Imola, a Pasadena in coda alla finale del Mondiale con l’Italia.

C’è la loro foto con la coppa e uno striscione sulla testa: «Senna… aceleramos juntos, o tetra é nosso». Senna, acceleriamo insieme il “tetra” è nostro, con quel “tetra” che vuol dire tetra campeões, quattro volte campioni del mondo. —

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