Il Tirreno

Sport

Juventus, senza un progetto non c'è Europa

Giorgio Billeri
Juventus, senza un progetto non c'è Europa

3 MINUTI DI LETTURA





Come lei nessuno mai, in Italia. Otto scudetti consecutivi non li ha vinti nessuno: la Juve anni Trenta, il Grande e tragico Torino, la Signora operaia del Trap, l’avveniristico Milan di Arrigo Sacchi, la poderosa Inter di Mourinho: nessuno. Sabato dovremo alzarci in piedi e celebrare questa forma, forse irripetibile, di cannibalismo sportivo. Ma il sorriso della Signora sarà forzato, tirato. Lo champagne svanito, senza bollicine e la torta senza ciliegina: una festa in sordina, insomma, come quando da bambini ci aspettavamo il grande regalo e ricevevamo un deludente Meccano. Il regalo che quella vecchia bambina in bianconero voleva scartare conteneva la Coppa dalle grandi orecchie, sottile maledizione passata per l’Heysel, per tante finali finite male, quasi un sortilegio. Invece quel sogno se lo sono portati via undici ragazzotti festanti sotto le maglie che furono di Cruijiff, Rep e Neskens: sconfitta lancinante, amara, triste quanto meritata e esatta nel tema e nello svolgimento.

La Juve è sempre più squadra femmina, come avrebbe detto un cantore come Gianni Brera. Ovvero, una squadra che si adegua all’altro, che si modella sull’avversario, ne sfrutta le mancanze fino ad esaurirne le riserve. Ma che raramente impone il suo concetto di calcio. Un modo di concepire il quadro tattico che in Italia, appunto da otto anni, funziona quasi di default, per manifesta superiorità: nell’orto di casa basta l’accelerata esiziale, la giocata definitiva e la partita ti viene in braccio, quasi naturalmente. Tanta, troppa è la differenza di tonnellaggio atletico e di tasso tecnico con chicchessia, un gap figlio, non va dimenticato, del fatto di avere lo stadio di proprietà che garantisce fatturati doppi, tripli, quadrupli rispetto alle altre.
In Europa, nell’Europa dei grandi, tutto questo non basta. Perché qui tutti hanno lo stadio di proprietà, tutti hanno l’allenatore (magari l’Ajax ancora no, ma vedrete l’anno venturo. . .) pagato come una rockstar, tutti hanno titolari e panchina di livello assoluto. La differenza, a livello di quarti di finale, la fanno dunque la filosofia, l’impronta di gioco, l’idea. Se la coltivi per anni, con pazienza, allenamento dopo allenamento, scegliendo gli uomini più funzionali al progetto, vengono fuori dei gioielli collettivi come i giovani lanceri di Amsterdam, ma anche il City di Guardiola e il Liverpool di Klopp. Estro e talento applicati al collettivo, visioni tattiche precise. Aguero, Sané e Sterling, Salah, Firmino e Mané sono campioni abbaglianti, ma mai escono dallo spartito, anzi sono funzionali ad esso. Sul Barcellona, che fa del 4-3-3 un copyright fin dalle squadre Pulcini, non vale la pena neppure soffermarsi: questi vincono da 15 anni, piaccia o meno l’ossessività del tiqui taka.

Alla Juve, tiranna in Patria e vaso di cristallo fuori dai confini, manca questo: l’impronta, il progetto. È talmente forte da poter vivere sulle fiammate di Ronaldo e dei suoi scudieri, finché dall’altra parte non trova una Squadra con la maiuscola. Allora, complice un’età media ormai altina, adattarsi all’avversario e avvelenarne i pozzi non basta più. Se Allegri, magari con un deciso rinnovamento della rosa, riuscirà a inventarsi un gioco, a divertire, la Juve potrà tornare all’assalto della Coppa con buone chances. Altrimenti, al massimo, vincerà il solito, e sempre più piccolo, scudetto. Con lo champagne senza bollicine. –

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Tasse, Tari, Imu e multe: da oggi parte la rottamazione degli arretrati – Come fare domanda subito

di Redazione web