Il dolore
Bettiol, la prima volta che tutti vorrebbero
Ciclismo: Alberto Bettiol sembrava uno di quei talenti sbocciati presto, ma destinati a sfiorire. Come tanti calciatori o cestisti che abbiamo glorificato per un battito di ciglia, e poi si sono perduti dentro se stessi
Una vita di diciotto strappati per la clemenza del professore, poi d’improvviso la laurea con 110 e lode e bacio accademico. Una vita di ragazze che ti danno il due di picche, che ti considerano uno sfigato: poi, un giorno, squilla il telefono e Charlize Theron ti chiede "beh, se non sei impegnato, io sarei qui…". Una vita da tennista eliminato al primo turno, e un giorno dai 6-1 6-1 a Federer. Una vita da Chievo, e un giorno vinci 4-0 allo Juventus Stadium. Tutto questo è la vittoria di Alberto Bettiol da Castelfiorentino al giro delle Fiandre. Non una corsa qualsiasi, ma l’accademia del ciclismo. Qualcosa di tremendo, per chi non capisce il fascino perverso del pedale, la voglia e la gioia di fare fatica al di là del possibile. Una corsa che scava il cuore dell’Europa meno conosciuta, fatta di paesaggi mai uguali e di muri che improvvisamente ti si alzano, maligni, sotto la bici: salite al 20% sui sampietrini, se non hai gambe bioniche scendi e spingi.
Alberto Bettiol sembrava uno di quei talenti sbocciati presto, ma destinati a sfiorire. Come tanti calciatori o cestisti che abbiamo glorificato per un battito di ciglia, e poi si sono perduti dentro se stessi. E’ vero, da juniores aveva vinto tanto. Il ct Cassani lo aveva convocato in azzurro, ne aveva intuito la gamba e il cuore. Ma la vittoria,maledetta, non arrivava mai. Alla Sanremo, sul Poggio, si era meritato l’inquadratura tv con uno scatto rapace, ma purtroppo inutile.
Al Fiandre, l’esame di laurea, la commissione si è dovuta inchinare. Da queste parti, a Gand, proprio 70 anni fa parti’ la favola di Fiorenzo Magni. Chissà se Alberto lo sapeva: chissà. Ha azionato sui terribili muri del Kwaremont e del Paterberg le sue gambe temprate dai saliscendi della sua Toscana. Scatto, allungo, scatto. Dietro, la crema del ciclismo mondiale arrancava con la schiuma alla bocca. "Per noi toscani il Fiandre è un mito", ha sussurrato all’arrivo. Già, qui nel 1996 trionfò Bartoli e nel 2002 Tafi: fuoriclasse simili a Bettiol nella capacità di interpretare le classiche, corse senza appello.
Che bello, quel podio, da condividere con Marta Bastianelli, eroina al femminile. Là sopra tutto sembra sfumare: i sei anni senza vittorie da professionista, la costola rotta e il pneumotorace dello scorso anno. Tutto affoga nel paesaggio belga, ora così bello. "Giulia, hai visto cosa ho fatto", la telefonata alla fidanzata, così spontanea, così lontana dai glaciali riti di altri sport. Sei in cima al mondo, ragazzo. Torna a pedalare tra i colli della Toscana: ma adesso sai chi sei.
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