Gioco
Rossi e Aglietti, le stelle per un giorno che misero sotto la Nazionale di Sacchi
«Collina fischia, è finita!»: i tifosi del Pontedera che erano a Coverciano il 6 aprile 1994 raccontano il trionfo degli amaranto con gli azzurri
Il sigaro in mano. L’odore di tabacco che si mescola al suono ritmico di decine di orologi a cucù, a pendolo e al quarzo. Entri nel negozio di Carlo Volpi, l’orologiaio di Pontedera, e immediatamente fai un viaggio indietro nel tempo. Un luogo lontano da smarthpone e social network, fatto di meccanismi complessi ma perfetti. Automatismi tattici che il Pontedera della stagione 1993-1994 aveva così migliorato, partita dopo partita, da riuscire nell’impresa passata alla storia: battere l’Italia di Sacchi, Baggio e Maldini che di lì a poco si sarebbe laureata vicecampione del mondo a Usa ’94.
«Li vedi quei ritagli di giornale? Ecco, è come se non fossero passati 25 anni. Sembra sia successo ieri, ricordo tutto».
Carlo Volpi mostra il suo orgoglio granata, unito a quello per la Fiorentina, proprio in mezzo ai suoi orologi. I titoli dei quotidiani (Volpi lì saccheggiò tutti dall’edicola) che raccontano quell’impresa. Carlo sorride, si mette gli occhiali e porta indietro le lancette di un quarto di secolo.
«Di giornalisti era pieno quel giorno, ma i pontederesi che avevano il permesso di entrare quel giorno erano una manciata o poco più – racconta l’orologiaio, uno dei testimoni granata -. Io avevo alcuni pass grazie al vice di Sacchi, Pietro Carmignani. Con me portai mio figlio, Matteo, e un suo amico, Ettore Sardelli. Tanti, però, si inventarono mille scuse pur di entrare a Coverciano».
È il caso di Franco Ceccarelli. «Ero in macchina con Carlo, quando mi chiesero all’ingresso di Coverciano chi fossi risposi senza pensarci un attimo». Franco la spara grossa. «Sono il vicepresidente del Pontedera». Qualcuno prova a verificare, parte un giro di telefonate. Attimi di tensione. «Prego vicepresidente, entri pure». Fu la risposta. Quel giorno, a bordo campo, i vicepresidenti del Pontedera diventarono cinque o sei. «Un nostro amico tirò a lucido la sua Alfa 164, si mise il vestito da cerimonia e si spacciò per l’autista di un calciatore della nazionale, non so come ma riuscì ad entrare – racconta Matteo Volpi, figlio dell’orologiaio che nel 1994 giocava nelle giovanili del Pontedera e oggi fa il fisico diviso tra Ginevra e Melbourne -. Quel giorno ero tornato da poco da una gita in montagna, ero ridicolo per via dell’abbronzatura con gli occhiali da sole che si vede nelle foto. Ma fu una giornata memorabile».
Matteo ricorda quella magnifica squadra granata, forse la più bella di sempre.
«Il primo tempo il Pontedera schiacciò l’Italia nella sua metà campo, Roberto Baggio, che l’anno prima aveva vinto il pallone d’oro, praticamente non riuscì a toccare palla – racconta Matteo Volpi -. Baggio era uno dei miei idoli, come Casiraghi visto che ero e sono tifoso della Juventus. Ma dopo i gol di Rossi e Aglietti tifavo chiaramente per il Pontedera. Nella ripresa entrò in campo anche Andrea Ardito, che giocava nelle giovanili con me. E fece un tunnel a Di Livio, fu l’apoteosi».
L’Italia accorcia con Massaro ma non riesce a pareggiare.
«Sacchi indicò a Collina di proseguire, il recupero fu lunghissimo, molto più dei 7’ ufficiali – racconta ancora Matteo -. Fuori da Coverciano, sbirciando in mezzo ai cipressi, c’erano almeno mille tifosi granata in estasi. Uno di loro gridò “Collina è finitaaaaaa!”. Un altro boato».
Poi, finalmente, il fischio finale. E la caccia a foto e autografi.
«Un po’ di tensione e nervosismo c’era, i giocatori della nazionale non erano così tranquilli come prima del test match – spiega Matteo Volpi -. Con una sola eccezione: Arrigo Sacchi. Fu esemplare, si complimentò con il Pontedera e con i suoi tifosi. Noi tornammo a casa orgogliosi dei nostri colori granata. E consapevoli che quella giornata sarebbe passata alla storia».
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