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L’arte di tornare in campo

fabrizio brancoli
L’arte di tornare in campo

Dal ritiro al riscatto: la storia di Rebecca Marino, capace di rimontare nella vita. La depressione, il cyber-bullismo, i drammi familiari: 5 anni di assenza ma ora è di nuovo nel circuito. E vince

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fabrizio brancoli

Rebecca strinse la mano all’avversaria che l’aveva appena sconfitta in quel torneo anonimo a Memphis. Poi, come un automa, compì il rito di ogni perdente: salutare l’arbitro, chiudere la racchetta nella sua custodia, asciugarsi, sospirare, sistemare il borsone, indossare in fretta la tuta, sospirare di nuovo. Bere l’ultimo sorso d’acqua. Alzarsi dalla sedia per prima, percorrere il campo come una colpevole e uscirne, rifugiarsi negli spogliatoi. Infine, il silenzio. Aveva deciso: non avrebbe più giocato a tennis. Rebecca Marino, ex grande promessa, ammalata seriamente di depressione, si chiamava fuori. Era il 17 febbraio del 2013

Aveva perso contro un’americana bionda di Newport Beach di nome Alexa Glatch, nelle qualificazioni di un torneo sul cemento a Memphis: finì sei tre, sei quattro. A soli 23 anni Rebecca era ormai precipitata al numero 418 del mondo, lei che era stata un vero talento. Era l’ennesima sconfitta. La settimana prima era uscita al primo turno delle qualificazioni in un misero 25mila a Rancho Santa Fé, con una cinese, e per quella brutta figura aveva rimediato 68 dollari: il premio dei perdenti. Chissà quanto aveva speso, di soldi, di energie, di vita, per essere lì dopo aver preso tanti schiaffi negli ultimi mesi, in Nuova Zelanda, Australia, California. Meglio non pensarci, ora. Meglio fare la doccia, a capo chino.

La zip che si richiude sulla curva della racchetta. L’ultimo saluto al campo. Basta.

sofferenza

Soffriva di depressione. Le chiesero di spiegare, di raccontare, e lei accettò. «Come potrei descrivere la depressione? È un luogo oscuro. È la sensazione di avere un buco piantato nel petto. Ti senti molto vuota. Sai che la vita è a colori, perché l’hai vissuta così, una volta. Ma è diventata in bianco e nero». Soffriva anche di un altro male devastante: il bullismo on line. È un fenomeno di cui si parla troppo poco, nel tennis mondiale, ma serpeggia e colpisce i più deboli, velenosamente. E ha a che fare con le scommesse. Nel caso di Rebecca, un’ex stella diventata progressivamente un’eliminata al primo turno, gli scommettitori delusi la bersagliavano di offese, mortificazioni, insulti, persino minacce: in quelle condizioni i tornei erano un castello di carte che crollava a ogni refolo di vento. Decise di condividere anche questo: «Molti dicono che le parole non fanno male, ma non è così. Sentirsi dire certe cose fa veramente paura, ma più che la paura è stato il disgusto ad allontanarmi dai campi. Quando è troppo è troppo». Soffriva, infine, di nostalgia: un mese prima aveva perso dalla lussemburghese Mandy Minella a Hobart, in Australia, per 76 64, e alla fine aveva telefonato alla madre, disperata per la solitudine. «Era letteralmente dall’altra parte del mondo _ racconta Catherine Marino _ e sapevo che non avrei potuto salire sul primo aereo per andare ad abbracciarla». Catherine e Rebecca sono molto legate: quella ragazza alta e con un fisico impressionante, gambe lunghissime e spalle da atleta, un giorno era stata una bambina di 4 anni che faceva i conti col dolore per l’artrite giovanile. Tanto ospedale, tante iniezioni. Una creatura magnifica eppure debole, come solo certi fiori possono essere. Ora il fiore di casa Marino non voleva più stare in quel prato di racchette da impugnare e mani da stringere.

il riscatto

La sua storia sembrava terminata: una storia senza lieto fine, spiaggiata come un relitto malmesso portato dalle onde. Invece nel gennaio del 2018 Rebecca Marino ha deciso di tornare in campo. Un ciclo di tornei in Turchia, ad Antalya, della categoria più bassa del mondo. 15mila dollari di montepremi, probabilmente meno di un rimborso spese. Rebecca ci è andata senza allenatore, da sola, dopo cinque anni di silenzio. E ha vinto venti partite di seguito, tre tabelloni diversi. Piano piano, ha ripreso confidenza con il gioco ed è salita di grado, affrontando via via avversarie sempre più impegnative. Ha perso. Ma ha superato tanti ostacoli. Punto dopo punto, si è arrampicata di nuovo nella classifica mondiale. Il risultato: oggi, dopo un anno di piccoli passi, è numero 203. Lontano dalla sua migliore posizione, n. 38 nel 2011. Ma abbastanza per provare un’emozione inedita: quella del riscatto.

La soddisfazione più grande l’ha provata in Olanda un mese fa, il 10 febbraio: l’hanno convocata in Fed Cup dopo tanti anni e l’hanno mandata in campo nel doppio. Lei e Gabriela Dawrobski hanno vinto il quarto punto per la nazionale della foglia d’acero. Si è allenata con le migliori, ha giocato per il suo paese: sono cose che la fanno felice.

in quei cinque anni

Negli archivi del tennis le sue schede sono strane: l’ingresso tra le professioniste a diciotto anni nel 2008, l’ascesa, le vittorie con le top player come Marion Bartoli, Timea Bacsinszky e Anastasia Pavlyuchenkova, le apparizioni negli Slam, poi la crisi e il buio. c’è quella voragine, che la inghiotte dopo la partita di Memphis. Cinque anni di astensione. Dove sei stata Rebecca, che cosa hai fatto in quel tempo? Sei stata felice? E come hai fatto a tornare?

Dopo l’ultima doccia solitaria nello spogliatoio in Tennessee, come un uccello ferito era tornata nel suo nido: la sua famiglia, a Vancouver. Da Catherine e dal padre, Joe, titolare di una piccola ditta edile ed ex atleta di football e rugby per la Mount Allison University, ma soprattutto il suo primo compagno di doppio, da bambina, quando a dieci anni aveva preso in mano la racchetta per la prima volta. È per imitare lui che Rebecca ha imparato il servizio, l’arma più terrificante del suo tennis: un’esplosione di potenza che indirizza la palla nel quadrante avversario a quasi 200 km l’ora. «Finalmente ho capito che cosa si prova a giocare contro di me», disse Venus Williams, dopo aver sconfitto la Marino di un soffio, al secondo turno dello Us Open del 2011.A Vancouver, tornata bambina e figlia, Rebecca ha cicatrizzato le sue ferite. Senza fretta. Prima di tutto ha cambiato vita. Per un’estate ha lavorato con il padre come carpentiere, tra calcestruzzo e mattoni. Poi si è iscritta all’università della British Columbia per laurearsi in Letteratura inglese e quando le hanno chiesto di scegliere uno sport da praticare, lei ha messo una spunta sulla casella della squadra di canottaggio in omaggio a suo zio George Hungerford, il fratello di Catherine, medaglia d’oro nel “due senza” alle Olimpiadi dì Tokyo 1964.

Ha comprato un vogatore per allenarsi in casa e il suo fisico si è modellato ancora di più: le gambe, il torace, le spalle. Ma soprattutto il ritmo interiore, la disciplina, il ruolo in una squadra dove, inevitabilmente, lei era l’unica adulta, oltretutto famosa, in un gruppo di ragazzine curiose.

Il tennis, intanto, bruciava silenzioso sotto la cenere della nuova vita di Rebecca. A chi la intervistava, diceva che non sarebbe più tornata. Ma il richiamo c’era. Il primo passo per ritrovare un campo è stato quello di diventare istruttrice di un gruppo di bambine: «Ora il mio futuro lo proietto su di loro», diceva. Poi a Joe Marino è stato diagnosticato un tumore alla prostata e Rebecca ha preso ancor più consapevolezza: la vita, dall’altra parte del campo, continuava a spararle palline. Doveva colpirle.

«Era una questione aperta, sentivo il bisogno di chiuderla». Voleva fare tennis sul serio. E voleva che suo padre la vedesse di nuovo su un campo. Ha ricominciato ad allenarsi. Ha ritrovato le sequenze servizio-diritto, la mobilità da fondo campo, la risposta con il rovescio bimane, i passanti in corsa. E si è registrata di nuovo su alcuni social network, senza paura.

più forte dei demoni

La scorsa settimana le più forti giocatrici del mondo si davano battaglia a Indian Wells: abbiamo vissuto il passo falso di Naomi Osaka, la forza di Angelique Kerber, la progressione impetuosa di Belinda Bencic e l’esplosione del nuovo fenomeno, Bianca Andreescu. Nello stesso momento, nel distretto giapponese di Nishi-tama, una giovane donna canadese dal servizio potentissimo vinceva un paio di partite e poi veniva eliminata nei quarti di finale di un piccolo torneo di categoria ITF. È Rebecca Marino, ha sconfitto i suoi demoni. Ha 29 anni ed è di nuovo una giocatrice di tennis.

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