Gioco
Balotelli, quel selfie dopo il gol I social entrano in tackle sul calcio
Una rovesciata, la rete e Supermario posta l’esultanza con una story-Instagram Ma c’è chi fugge: Allegri, Gattuso, Ancelotti. E quante critiche a Icardi e Wanda
GIORGIO BILLERI
Quando i palloni erano cuciti con lo spago i vecchi saggi dicevano: l’attaccante (anzi, il centravanti, eravamo sempre nell’ancien regime) vive per il gol. Per quel momento magico che corona una settimana di allenamento, sintetizza il gioco della squadra, disseta il naturale egocentrismo di chi (sempre un tempo) portava sulle spalle la maglia numero 9.
Domenica, a Marsiglia, un altro mito del calcio è tramontato, o almeno ha preso una mazzata forse definitiva: il fine ultimo dell’attaccante non è più il gol in sé, ma la sua trasposizione virtuale, mediatica, social. Mario Balotelli, uno che sui social ha costruito la metà di una carriera esaltante e sciagurata, aveva appena toreato il portiere del St. Etienne con una fantastica rovesciata. Un bel segnale a Mancini e alla mezza Italia che non ne ha mai accettato e giustificato gli eccessi: la tempesta perfetta, insomma. Un altro sarebbe volato sotto la sua curva a sfamarsi di abbracci e di peana. Mario no, lui è un social victim, una sorta di Fedez con i tacchetti: tutto dev’essere condiviso, a tutti i costi, postato, esposto al mondo. Ed ecco che il talentone bresciano si fa passare uno smartphone da un addetto del club a bordo campo e circondato dai compagni (consenzienti?) gira un video di una quindicina di secondi, con tanto di esultanza, sorrisi, boccacce, insomma tutta la bibbia del selfie. Il filmatino finisce poi sparato come “storia” sul profilo balotelliano di Instagram, real time.
Che dire? Non ci piace, non sono questi il calcio e gli esempi che vogliamo. Perché è il gol, l’emozione, il brivido che conta. Marione invece evidentemente punta ai likes più che a scalare la classifica cannonieri transalpina. Tutto era così palesemente preparato da non lasciare alcun dubbio sulla non spontaneità del gesto. Ma a preoccupare è la deriva che il mondo del calcio ha preso rispetto ai social media: da mezzo di comunicazione moderno, agile, inclusivo, le arene virtuali sono diventate delle corride intrise di offese, minacce, follie. Qualche giorno fa, dopo il rigore concesso da Abisso alla Fiorentina contro l’Inter, sono arrivati centinaia di messaggi che offendevano la memoria di Davide Astori. Lo stesso fischietto palermitano è stato minacciato di morte. L’improvvisa sterzata di Max Allegri, che ha cancellato tutti i suoi account (dopo i soliti messaggi offensivi seguiti al rovescio in casa del Cholo), il messaggio di Gattuso che rivela di essere al centro di una valanga di contumelie (nonostante il Milan stia volando), l’Ancelotti che sui social non è mai stato o Icardi invitato da tutti, addetti ai lavori e non, a parlare con il suo spogliatoio invece di inviare lettere online, rappresentano segnali importanti: il football sta rischiando di essere fagocitato da una palude invisibile e per questo ancora più insidiosa, e sembra essersene accorto.
Non siamo così ingenui da sperare che tornino i tempi delle interviste in campo (Galeazzi docet) con i calciatori ansimanti e sudati, presi a botta calda, o dei cronisti che potevano pranzare e cenare con gli idoli della domenica e raccontarli (non ci sarebbero stati Gianni Brera e Beppe Viola), ma quando un giocatore fa gol e il primo pensiero è una story su Instagram beh, viene da dire che è tempo di fermarsi. E magari fare rewind. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
