Proteste
Arthur Ashe ha vinto ancora
Richmond (Virginia) intitola il suo viale più importante al campione morto per l’Aids nel 1993 Lottò per i diritti degli afroamericani. Trionfò a Wimbledon e realizzò un sogno: incontrare Mandela
fabrizio brancoli
Ero un bambino nel cuore degli anni Settanta e passavo le giornate a leggere. Leggevo ogni cosa: libri d’avventura, fumetti, manuali del gol, Cuore, l’atlante. Nella mia camera c’era un grande armadio a tre scomparti che accoglieva anche gli abiti di mio padre, compreso uno smoking; poi c’erano la sua meravigliosa fisarmonica, uno spettacolare cappello piumato da bersagliere e quella pila di riviste. Era TC, il periodico diretto da Rino Tommasi. Lo studiavo riga per riga, dai grandi reportage ai risultati dei tornei giovanili. Aprendo quelle ante chiuse a chiave, sfogliando quelle pagine patinate e respirando quell’odore di naftalina, incontrai per la prima volta Arthur Ashe.
Quel giorno a Richmond
Arthur Robert Ashe junior, classe 1943, è ricomparso nel mio radar interiore alcuni giorni fa quando ho letto una notizia che arrivava da Richmond, in Virginia. La sua città natale. Dopo mesi di dispute legali per me incomprensibili e probabilmente pretestuose, il consiglio comunale ha intitolato al grande campione del tennis degli anni ’60-70 la strada più importante, quella che da oltre un secolo era chiamata semplicemente il Boulevard. Otto voti favorevoli, un’astensione, infinite polemiche. E le lacrime dei familiari del fuoriclasse. Arthur ha vinto anche questa partita. In un’altra zona della città c’è una statua del campione: l’ha realizzata l’artista Paul di Pasquale e si trova in Monument Avenue, vicino alle sculture di altri grandi della Virginia come il generale confederale Robert E. Lee e il combattente sudista Stonewall Jackson.
Verso il tramonto degli anni ’40, dopo il rientro delle truppe dalla Seconda Guerra Mondiale, a Richmond il tennis club più importante Ashe era il Byrd Park, proprio lungo il Boulevard. Ma in quell’America, l’America irrisolta della questione razziale, esistevano luoghi proibiti. Il Byrd era riservato ai soli bianchi, c’erano terribili cartelli affissi con il divieto di accesso per tennisti di colore. Il padre di Arthur, ex poliziotto, era il custode di un impianto riservato ai neri con quattro campi. Lì Arthur cominciò a giocare, per diventare il principe nero di uno sport per bianchi.
Guidato dal famoso dottor Robert Walter Johnson, una figura decisiva per lo sport e l’integrazione negli Stati Uniti, Ashe trionfò all’Us Open in un anno che non può passare inosservato: il 1968. L’anno tormentato dagli attentati omicidi a Martin Luther King e Bobby Kennedy, delle rivolte razziali, della squalifica di Muhammad Alì per il rifiuto di andare in Vietnam, dei pugni guantati di John Carlos e Tom Smith alle Olimpiadi di Città del Messico. Un anno difficile, esplosivo: uno di quelli che fanno sentire il mondo in bilico sul crinale della storia. Ho dato un’occhiata alle classifiche musicali americane: quell’anno in testa ci sono i Beatles con Hey Jude. Il primo artista di colore è Otis Redding che cantava (sittin’on) The dock of the bay. Ma è l’unico afroamericano nei primi dieci.
L’Open americano si giocava ancora a Forest Hills. Ashe sconfisse in finale l’olandese Tom Okker in cinque set, lì si aprì a una bellissima carriera che l’avrebbe condotto anche ad alzare i trofei dell’Australian Open (1970) e di Wimbledon (1975). A Forest Hills il premio per il vincitore era di 14. 000 dollari ma andò al battuto. Quel denaro lo ricevette Okker perché Arthur rientrava nello status di dilettante. Lui dovette accontentarsi della diaria giornaliera: 28 dollari.
Serio attivista per i diritti degli afroamericani, Ashe fu fautore del dialogo a ogni costo, stretto tra l’incudine del razzismo e il martello di una ribellione violenta che lui non volle accettare come ineluttabile. Per tre anni consecutivi si iscrisse all’Open del Sudafrica e fu respinto per il colore della sua pelle. Ma giocava troppo bene per essere ignorato. Superò anche quella sfida, finalmente tollerato in campo, anche se non gli concessero di aprire gli spalti agli spettatori di colore senza distinzioni in tribuna. In quegli anni di apartheid giocò il torneo di Cape Town visitando il ghetto di Soweto e predicando l’integrazione razziale. Smise di giocare nel 1979 a trentasei anni ma restò un personaggio determinante, per il suo impegno civile. Morì a soli 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue resasi necessaria durante un intervento chirurgico al cuore. Nell’ultima fase della sua vita disse: Vi prego di non considerarmi una vittima. Io sono un messaggero.
Quel giorno a Bologna
Io Ashe l’ho anche visto giocare. Era il febbraio del 1975, gli stessi anni della fisarmonica e del cappello da bersagliere nell’armadio. Mio padre mi portò con sé da Montecatini Terme a Bologna, per vedere il torneo open indoor. La ricordo come una trasferta mitica perché facemmo le tre di notte e perché vidi giocare dei fenomeni. Un alieno bimane di nome Bjorn Borg, diciannove anni, campione del Roland Garros l’anno precedente e testa di serie numero uno, vinse 63 62 con Piero Toci, grande amico della mia famiglia: per me era come uno zio. Adriano Panatta stese 62 62 Željko Franulović, jugoslavo di Spalato, che oggi è il direttore del Masters 1000 di Montecarlo. E Ashe passò il primo turno dopo una battaglia al terzo set (36 76 62) contro un soldatino friulano che non mollava mai: era Corrado Barazzutti. Di quella notte ricordo il tennis di Ashe come un assalto elegante e morbido, una scherma senza lama. Il torneo l’avrebbe poi vinto Borg proprio su Ashe con due tie break (76 46 76). Borg stava per prendere possesso del pianeta tennis. Ma pochi mesi dopo, Ashe avrebbe compiuto la sua ultima impresa, la più grande: Wimbledon.
Sull’erba di Londra superò Jimmy Connors per 61 61 57 64, da sfavorito: i bookmakers lo davano 4 a 1. L’unico non bianco ad aver mai alzato la coppa in Church road, fra gli uomini. Un campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato: ecco un’altra celebre frase di Arthur Ashe. E quella citazione divenne realtà. Era il 5 luglio 1975, il mondo dello sport segnò quella pagina nella sua grande enciclopedia. Ma Ashe non lo descriveva come il giorno più importante della sua vita. Allora qual è la tua data chiave, se non è quel pomeriggio a Wimbledon? Glielo chiesero una volta e lui rispose di colpo: «l’11 febbraio 1990». È la data della scarcerazione di Nelson Mandela. E oltre all’immenso valore dei diritti umani, c’era anche un motivo personale. A Robben Island, quando al detenuto Mandela fu chiesto quale fosse la persona che avrebbe voluto conoscere una volta libero, rispose: Arthur Ashe.
Quel giorno a Londra
C’è una radiolina accesa, quel giorno di luglio, nel carcere sull’isola davanti a Cape Town. Mandela segue la finale di Wimbledon tifando per Arthur perché capisce che anche dalle sue discese a rete passa la Storia. I due finalisti si detestano. Connors imputa ad Ashe di averlo estromesso da Parigi l’anno precedente, Arthur non sopporta che l’altro asso americano sia poco patriottico: cosi, per lanciargli un messaggio, decide di entrare sul Centrale indossando una tuta con scritto USA. Come per dirgli: oggi l’America sono io. E vince. Vince perché è sconvolgente nei primi due set: 61 61 in tre quarti d’ora, un dominio. Propone a Jimmy palle basse, soffici e centrali sfidando soprattutto il suo diritto troppo aperto poi, in difesa, l’afroamericano sceglie passanti più precisi che potenti, e anche dei mezzi lob sul rovescio: vuole sfruttare la debolezza dell’avversario che, con l’impugnatura bimane nella volée, ha un allungo limitato. Connors è furioso: rimonta un set e sale sul 3-0 nel quarto, poi Ashe riprende il controllo e chiude. È un capolavoro, è la rottura di una breccia dove ancora oggi, nel 2019, nessun altro è passato. Ed è anche la fine di un’era perché il tennis sta entrando in un’altra proprietà, quella di Borg. Proprio lui, l’avversario di Ashe a Bologna nel febbraio precedente. Ashe lo incrocia nei quarti di finale e lo sconfigge in quattro set; ma è l’ultima volta. Da quel giorno, lo svedese a Londra non perderà più, per cinque anni consecutivi. Il primo a eliminarlo sarà il geniale John McEnroe – un altro che Mandela amava – nel 1981. Con Arthur fuori dal tennis agonistico, già da due anni.
Dopo molti contatti nel tempo e un’amicizia che maturò a distanza, Nelson Mandela e Arthur Ashe finalmente si incontrarono nei primi anni Novanta, a New York. Due gentili guerrieri della tolleranza. Visionari e indomiti, capaci di ispirare il loro tempo e il domani. Il leader che sarebbe vissuto 103 anni e il campione che sarebbe morto troppo presto.
Io credo che la vita sia fatta così. Ci sono le grandi storie e i piccoli momenti. I giorni che segnano il mondo e le emozioni minime di un bambino. Gli orizzonti infiniti della libertà e i centimetri chiusi di un armadio. Ci sono i doppi falli, i rovesci, le palle corte, gli errori e le prodezze. La vita non è una linea continua. C’è un avversario, dall’altra parte della rete, che varia il gioco.
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