Il Tirreno

Prato

La “Gioia” di Livia Gionfrida passa da una Via Crucis

Azelio Biagioni
La “Gioia” di Livia Gionfrida passa da una Via Crucis

Si chiama “Gioia. Via Crucis per simulacri”, lo spettacolo in cui la regista è anche protagonista martedì 27 alle 21,15 sul palco del Fabbrichino

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PRATO. Si chiama “Gioia. Via Crucis per simulacri”, lo spettacolo di Livia Gionfrida (sue la drammaturgia e la regia) e che la vede protagonista sul palco. La prima è in programma oggi alle 20,45 al Fabbrichino e lo spettacolo resterà in scena fino al 30 marzo. Si tratta di una produzione del teatro Metastasio in collazione con teatro Metropopolare, scene e animazioni Alice Mangano, dipinti Nicola Console, luci Roberto Innocenti, musiche e suoni Andrea Franchi, assistente alla regia Giulia Aiazzi.

Quello che Gionfrida porta sul palco è una storia d’amore di una madre verso il figlio, che prende una cattiva strada. «L’appellativo che la mamma usa per chiamare il figlio è Gioia – spiega la regista – E questo nonostante sia per lei motivo di sofferenza. L’amore di una madre è sempre incondizionato. Quella donna vive la sua personale via Crucis, fatta di sofferenze per quel ragazzo che ha scelto il percorso sbagliato».

Un omaggio a quelle madri (e ai genitori) che soffrono a causa dei problemi in cui si sono messi i figli. Ma è anche un sottolineare chi è costretto, suo malgrado, a vivere la via Crucis sotto un altro aspetto. E qui c’è un forte richiamo alla religione, con la figura della Madonna che soffre in silenzio per il figlio condannato (ingiustamente) alla crocifissione.

Livia Gionfrida da anni lavora al carcere di Prato con teatro Metropopolare, con mano tocca la realtà dei detenuti, le loro storie e le fragilità di quelle persone. In scena dialetto siciliano e animazioni video si alimentano di suggestioni letterarie e simboli provenienti dall'immaginario religioso, fatti di cronaca e interviste realizzate in carcere. Ne viene fuori una singolare drammaturgia originale che parla d’amore universale, del mistero della vita e della morte e della sua rappresentazione. Ma è anche una storia che parla di chi da delinquente diventa poi vittima. E la rappresentazione e il racconto sono per la madre l’unico strumento per cercare di capire, per ricostruire i fatti e farsi una ragione della perdita e dell’ingiustizia subita.

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