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Il Vangelo secondo Marco, Veronesi protagonista al Fabbricone
Martedì 3 e mercoledì 4 lo scrittore pratese mette in scena il monologo tratto dal libro edito da Bompiani. «Non ci saranno né scenografia né musiche. Solo un corpo, il mio, che si interpone tra testo e pubblico»
PRATO. E' uno degli scrittori più apprezzati a mettere nero su bianco un'attenta quanto affascinante analisi del Vangelo di Marco. Sandro Veronesi nel suo “Non dirlo. Il Vangelo di Marco” focalizza l'attenzione su Gesù che nello scritto di Marco è, come dice lo stesso Veronesi, prima di tutto un eroe ellenistico.
Dal libro edito dalla Bompiani lo scrittore ha tratto un monologo teatrale (prodotto dallo Stabile del Metastasio in collaborazione con Fosforo) che, dopo il debutto al cinquantotesimo Festival dei 2 mondi di Spoleto l'estate scorsa, ora arriva a Prato martedì 3 e mercoledì 4 novembre alle ore 21 al Fabbricone. Nel corso del cartellone del Met Veronesi sarà di nuovo protagonista con “Non dirlo” al Magnolfi dal 17 al 20 dicembre e poi dal 21 al 24 marzo.
Ma per parlare del monologo è necessario parlare del libro scritto da Veronesi dove l'autore sottolinea particolari importanti di questo testo del primo evangelista. Lo scrittore è ateo ma parla con un tale trasporto di quel Vangelo tanto che (è successo anche a Prato in occasione della presentazione del suo libro a San Paolo) c'è chi si è detto invogliato nella lettura del testo sacro cosa che non aveva mai fatto prima.
Affascinato da Marco. «Era la fine del 1996 – racconta Sandro Veronesi – e in quel periodo abitavo a Roma. Giovanni Paolo II inviò a tutte le famiglie della diocesi una copia del Vangelo di Marco accompagnato da una lettera in cui il Pontefice invitava alla sua lettura. Rimasi colpito, perché proprio quel Vangelo mi chiesi? Così l'ho letto ed ho capito la straordinarietà del linguaggio usato da questo evangelista, la differenza di stile rispetto agli altri, la sua modernità stilistica. Marco scrive questo testo mettendosi nei panni di un pagano».
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Il primo Vangelo. «Se gli altri vangeli iniziano con il discorso della montagna – precisa Veronesi - in quello di Marco non lo troviamo. E mancano tante pagine rispetto agli altri. La sua è stata una scelta obbligata. Era scritto a Roma per i romani e per loro sarebbe stato difficile dare credito a chi diceva di perdonare il nemico. I romani dovevano affezionarsi al personaggio. E nel testo di Marco Gesù è un eroe, prima di tutto, che vince contro Satana e che vince dialetticamente contro gli scribi e i farisei. E' sapiente, ha l'attitudine al comando. Quando predica Marco gli toglie l'audio perché il pubblico non dia giudizi affrettati. Non dà conto dei suoi insegnamenti ma degli esorcismi, non sappiamo cosa Gesù sta dicendo. La cosa che poi colpisce è il fascio di luce che accompagna la figura del protagonista che non puoi non amare. Intorno c'è una nube di ottusità anche sugli apostoli. E qui c'è anche un significato teologico. Si potrebbe dire che Marco usa quasi delle luci caravaggesche. E non dimentichiamoci – prosegue lo scrittore - che questo primo vangelo è quello che traccia il solco sul simbolo del cristianesimo: la croce. Marco, sapientemente, non affretta i tempi della conversione e ne da prova nel testo. La mia idea di narratore mi porta a credere che se in questo vangelo ci fosse stato il discorso della montagna probabilmente Roma e il cristianesimo non sarebbero diventate una cosa sola».
Modernità stilistica. «Raccontare i fatti è più difficile che raccontare le parole – precisa Sandro Veronesi – Ma è sorprendente come Marco riesca a padroneggiarsi. Inserisce dei flashback nella narrazione che giocoforza si interrompe. Ed è un modo estremamente moderno di colmare un vuoto narrativo, della quale non ho memoria in testi antichi. E poi è questo evangelista che offre una figura di Gesù netta, meno ambigua rispetto agli altri testi forse perché l'uditorio aveva bisogno di un personaggio così».
Il monologo. Quanto Veronesi porterà in teatro segue il libro ma è un atto un po' diverso. «Il destino di questi testi originariamente – termina lo scrittore – era quello di essere predicati. Ed oggi, nel mio modesto sforzo, mi ritrovo su un palco a portare in scena quanto ho scritto. Non ci sarà scenografia e nemmeno musiche. Un corpo, in questo caso il mio, che si interpone tra il testo e il pubblico. Che è poi l'essenza del Vangelo e del teatro».
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