Il Tirreno

Prato

teatro fabbricone

Danio Manfredini: "L'attore? Un lavoratore come tutti gli altri"

di Miriam Monteleone
Una scena di "Vocazione"
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Una scena di "Vocazione"

Prato, "Vocazione" è uno spettacolo-confessione sulla figura dell’attore teatrale e sugli stadi che lo attraversano e che lo conducono alla creazione

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PRATO. Al Fabbricone si parla di vocazione, ma questa volta la religione non c'entra. A declinare il tema in maniera teatrale è Danio Manfredini, una delle figure più interessanti del teatro contemporaneo italiano, che  presenta al pubblico pratese il suo ultimo lavoro omonimo.

"Vocazione" è uno spettacolo-confessione sulla figura dell’attore teatrale e sugli stadi che lo attraversano e che lo conducono alla creazione. Una riflessione sulla fatica del far teatro ieri come oggi e sul terribile confronto quotidiano dell’attore con le proprie debolezze. Per saperne di più, abbiamo incontrato Manfredini in teatro durante l'allestimento dello spettacolo. Per info contattare lo 0574 608501 (biglietti da 7 a 17 euro).


Perchè portare in scena la vocazione dell'attore? E' un momento di bilancio per la sua carriera?
«Stiamo vivendo un momento di grande crisi lavorativa generale, che non risparmia i mestieri del teatro. Mi sono chiesto cosa spinga oggi un attore, in questi tempi così faticosi, a perseverare nel proprio lavoro. Questo spettacolo nasce da questa domanda e dal desiderio di comprendere, attraverso la testimonianza di alcuni autori come Cechov, Shakespeare, Mariangela Gualtieri, Testori e Bernhard, difficoltà, sfide e responsabilità di questo mestiere. Non lo definirei un bilancio sulla mia carriera, non sto pensando di lasciare se è questo che vuole chiedermi, ma trovo doveroso porsi questi interrogativi».


Sul palco sarà insieme a Vincenzo Del Prete, cosa farete esattamente?
«Con i testi scelti ho creato dei quadri, che immortalano l'attore in situazioni quotidiane, per lo più fuori dal palcoscenico. Vincenzo mi aiuta, interpreta i personaggi dei quadri, mi affianca in questo viaggio di pensiero fatto di luci e ombre, momenti di frustrazione e di smarrimento. Un viaggio che è anche un destino, perchè l'attore viene investito da una chiamata, che non può non ascoltare, come avviene quando si ha una vera e propria vocazione».


Che cosa si sente di dire oggi a chi fa teatro?
«Dallo spettacolo vengono fuori sicuramente delle costanti che hanno sempre caratterizzato questo lavoro. E' unaprofessione di grandi responsabilità, piena di incertezze, un lavoro difficile anche da sopportare perchè la vita reale interferisce e poi si è continuamente angosciati dal senso del tramonto e dalla paura. Tutti aspetti che oggi si fanno sentire ancora di più perchè il mondo del teatro è sempre più minacciato dalla mera spettacolarità, dalla richiesta di intrattenimento, dalla perdità dei valori e dei contenuti. Mi sento di dire che chi vuole fare l'attore deve assolutamente difendere la qualità del lavoro che facciamo».


Un lavoro metateatrale come questo non rischia di attirare più addetti ai lavori che pubblico?
«Non credo. La risposta del pubblico fino ad oggi è stata maggiore di quella degli addetti ai lavori. Quello che porto in scena è l'attore visto nella sua umanità, nella sua parabola, nella sua fragilità, un uomo prima di tutto in chi chiunque può immedesimarsi. E' un lavoratore come gli altri, con le stesse difficoltà di chi fa altri mestieri. Non a caso vengono analizzati i momenti quotidiani e preparatori e non solo l'andare in scena. Ci tengo a sottolineare che a questo lavoro hanno collaborato anche Cristina Pavarotti, figlia di Luciano Pavarotti e il marito Maurizio Neri, che con me hanno realizzato le musiche dello spettacolo. Anche questi testi musicati fanno parte della drammaturgia e contribuiscono a rappresentare la condizione dell'attore».

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