Il Tirreno

Prato

l'intervista

Valentina Cortese e le sue amiche Monroe, Callas, Dietrich e Osiris

di Azelio Biagioni
L'attrice Valentina Cortese
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L'attrice Valentina Cortese

Prato, l'attrice ha conosciuto personalmente le artiste a cui darà voce nello spettacolo "Le divine"  in scena al teatro Politeama sabato 7 e domenica 8 marzo. "Tutte donne con grandi personalità mischiate a delle fragilità inaspettate"

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PRATO. Sarà la voce fuori campo di Valentina Cortese a raccontare la vita di Marilyn Monroe, Marlene Dietrich, Wanda Osiris e Maria Callas nello spettacolo “Le divine” in programma sabato e domenica al Politeama. In scena Simona Fasano, Susanna Gozzetti e Lidia Treccani.

Signora Cortese lei è la quinta divina di questo spettacolo.

“Oddio, divina a me… Come chiamare allora queste amiche? Loro sì erano divine. Ma facciamo finta che anch’io lo sia, giochiamo un po'”.

Che effetto le fa parlare di queste donne che ha conosciuto personalmente?

“Sono stati incontri meravigliosi. A distanza di tempo conservo di loro un ricordo decisamente forte e tenero. Tutte con grandi personalità mischiate a delle fragilità inaspettate, penso alla povera Marilyn, alla Callas, che sulla scena erano di acciaio. Parlare di loro è un po’ come aprire dei cassetti pieni di cose segrete. Con pudore ho parlato di loro e con devozione. E’ un modo di tenerle in vita, ed è merito dello spettacolo se si parla ancora di loro. Coltiviamo la memoria, è così importante”.

Che cosa ricorda di loro?

“Di tutte ricordo tanto: le risate e le confidenze che ci siamo fatte, i confronti, i ragionamenti sulla vita e sul nostro mestiere, che è arte e artigianato insieme. Per lo spettacolo ho fatto affiorare cose che appartenevano solo a me, ai miei ricordi, altro non vorrei dire. La luce dell’intendimento mi fa essere molto discreta per usare dei versi di Garçia Lorca che sto leggendo in questi giorni. Venite allo spettacolo e sentirete cosa dico di loro” .

Qual è il suo rapporto con Prato?

“ L'ultima volta che sono stata al Metastasio era il ’76 con “Il giardino dei ciliegi” di Cechov con la regia di Giorgio (Strehler, ndr). Conservo un ricordo meraviglioso, la gente adorabile, mi ha molto amata. Ricordo come si sentisse l’intelligenza di quel pubblico, l’amore che per il teatro coltivava” .

Qualche anno fa si è raccontata nel libro "Quanti saranno i domani passati". Perché ha deciso di raccontare a tutti la sua vita?

"Non tutta, sarei stata presuntuosa e poco elegante. “Qualcosa di me” era il primo titolo a cui avevo pensato. Volevo ricapitolare i ricordi della mia infanzia, ricordare cosa è stata per me la campagna lombarda, la semplicità di quella gente umile e con una grande dignità. Ho voluto ricordare le nebbie, i campi dove bambina correvo a piedi nudi e dove “fuggivo”. Ancora adesso vorrei andare. La vita è così fugace, un fiato d’aria rispetto all’universo e va bevuta a grandi sorsi. Senza ansia, ma vissuta fino in fondo. Il libro è stato un po’ un espediente per ripercorrere ciò che ho fatto dalla campagna lombarda al Cinema a Roma, a Hollywood, di nuovo in Italia col cinema d’autore, Fellini, Antonioni, il cinema francese, il mio adorato Truffaut, Zeffirelli mio amato “fratellino”. E poi il Teatro, al Piccolo di Milano dove ho rivisto Giorgio con cui da bambina, nei giardini di Porta Venezia giocavo ai pellerossa. E insieme abbiamo fatto cose uniche e grandi. Mi manca ancora Giorgio, l’ho amato con tutta me stessa come donna e come attrice. Tornando al libro, non è stato un gesto ambizioso farlo, non tutto ho raccontato. Ogni tanto ci si deve fermare e guardare ciò che si è fatto, ciò che si è, girare la testa al passato, un attimo, per poter poi continuare ad andare avanti".

Lei è stata diva di Hollywood ed in Italia diretta dai più grandi registi. Che cosa vuol dire essere attrice?

"Essere attrice per me è sempre stato uno stato di grazia. E’ avere la possibilità di esplorarti dentro, di andare al fondo del pensiero umano attraverso quello dei grandi autori. E’, come mi diceva Giorgio, parlare agli altri con le parole degli altri per non farle morire. Oggi c’è un po’ di confusione su come fare l’attrice o esserlo. Non polemizzo per carità, una volta si diceva che la cosa importante fosse “durare nel tempo”, oggi è tutto così effimero, ci sono volti, nomi che dopo una stagione o due scompaiono, perché? Tutto viene bruciato in fretta, la televisione divora, il cinema, a parte qualcosa, in Italia mi pare fermo a dei bozzetti senza largo respiro. Eppure autori e registi ottimi li abbiamo ancora, ma impossibilitati dalle leggi di mercato a esprimere al meglio il loro mestiere".

C'è uno spettacolo che porta nel cuore?

"Ogni cosa che ho fatto per me è stata importante nel momento in cui avveniva. Ho sempre ponderato le cose che facevo, si vabbé certi film erano stati fatti fra una pausa e l’altra di tournée teatrali che mi portavano zingara in tutto il mondo, ma ho sempre cercato un senso, una ragione, un’urgenza che mi portasse ad accettare le proposte. Se mi abbandono ai ricordi non uno ma tanti personaggi e spettacoli, affiorano e si impongono. Sì, diciamolo, li amo tutti".

Un consiglio ai giovani attori?

“Chiarite presto che tipo di attori volete essere. Se pensate al teatro abbiate la pazienza di “costruirvi”, studiate e leggete i grandi autori. Siate sempre alla ricerca di un teatro per l’uomo, per andare dritti al cuore del pubblico. E rispettatelo il pubblico, noi esistiamo perché c’è lui. Non dimentichiamolo".

 

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