Il Tirreno

Prato

L’ultramaratoneta Collè: «Vi spiego come si fa a correre per 330 chilometri»

di Vezio Trifoni
Franco Collè
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Franco Collè

Prato, il due volte vincitore del Tor de Géants è stato ospite di una serata speciale. In tre giorni riesce a scalare tre volte l’Everest: «Tutto merito dei micro-sonni»

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PRATO. Grande serata di sport nella sala consiliare della Provincia con tutti gli organizzatori degli eventi del territorio pratese del calendario Pratorace e un ospite eccezionale come Franco Collè, primo uomo a vincere per due volte il Tor de Géants. Un ultramaratoneta in grado lo scorso anno di chiudere i 330 chilometri della gara, con 24mila metri di dislivello, in poco più di 74 ore. Un iron-men con una grande preparazione.. «Io sono un ingegnere civile, mi occupo di dighe e sbarramenti in Valle d’Aosta – spiega Collè – Gli allenamenti occupano tutto il mio tempo libero e anche le ferie. Spesso consumo i giorni perché le gare sono all’estero o anche solo perché comunque devi arrivare un giorno prima e rientri il giorno dopo la gara».

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Cosa significa correre giorno e notte con solo pochissimi minuti di sonno?

«Nella prima parte di gara non ci sono molti problemi perché hai l’adrenalina in corpo che ti tiene sveglio e anche nelle “basi vita” c’è tanto pubblico che ti stimola dandoti ancora più carica. Dalla seconda notte in poi invece tutto cambia. Ci vuole testa e volontà per andare avanti. Nella vita di tutti i giorni sono anche un dormiglione, poi in gara mi trasformo. Cerco di far passare la stanchezza e il sonno grazie a dei micro-sonni da quattro o sette minuti per dare quel minimo di riposo al corpo. Solo una volta durante questo Tor, prima dell’ultimo colle, mi sono concesso un’ora di sonno. Un’ora che ha peggiorato tutto perché dopo ho impiegato un’ora e mezza prima di poter rimettere in moto il corpo. Sarebbe forse stato meglio riposare solo per qualche minuto, ma avevo paura che potesse capitare quel che è successo nel 2017 e così, avendo un buon vantaggio, ho preferito riposare adeguatamente. Sapevo che avrei perso tempo nei confronti degli avversari, ma allo stesso tempo ero sicuro di raggiungere l’arrivo. Chiudere era la cosa più importante dato che per il record non c’erano le condizioni».

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Un grande risultato comunque.

«È stata una bellissima sfida perché se nessuno prima di me ce l’aveva mai fatta significa che è una gara difficile dove non basta la forma fisica, ci vuole anche tanta fortuna. Quest’anno ho avuto sia la preparazione che la fortuna e così sono riuscito a chiudere il cerchio. Da valdostano è stato eccezionale».

Sogna ancora il record?

«Sì, ce l’ho sempre in testa, per tentare un record servono condizioni ambientali ottimali».

Qual è la differenza tra una gara e l’altra?

«È il calore del pubblico. Vado a una gara piuttosto che ad un’altra per quello che è la passione del pubblico e l’empatia. Al Tor alla partenza e all’arrivo c’è un fiume di gente che ti sostiene e che vuole esserti vicino. Per questo vorrebbero correre in 3.000 ma ci sono solo 700 posti».
 

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