Sicurezza
Dieci km di sofferenza (aspettando le miss)
Podista per caso dentro la stracittadina, col timore di essere doppiato dai campioni degli altopiani...
di PAOLO NENCIONI
Ora che è finita lo posso dire: sì, ne valeva la pena. Ma tra il settimo e l'ottavo chilometro non la pensavo mica così. Mi era venuto il doloroso sospetto di aver fatto, letteralmente, il passo più lungo della gamba. E poi ancora in via Mazzini, quando il traguardo sembra a un passo e invece il volontario con la bandierina arancione ti fa cenno di svoltare in via del Carmine allungando la sofferenza di qualche altro minuto. Ma insomma, tutto è bene quel che finisce bene.
La mia mattinata da podista per caso inizia alle 8.30, un'ora prima della partenza. Colazione con caffellatte e avanzo di colomba pasquale, poi vestizione con quello che c'è. Fuori pioviggina. Mi presento in piazza delle Carceri in tenuta vagamente fantozziana: maglietta bianca sopra la felpa rossa a maniche lunghe, pantaloncino corto sopra una specie di leggins grigi. I podisti non casuali hanno quasi tutti le gambe scoperte, invece. I miei simili, quelli che con l'avvicinarsi della bella stagione e della prova costume hanno deciso di buttare giù quel chiletto di troppo, si contano sulle dita di una mano, ci riconosciamo e ci facciamo un impercettibile segno di saluto. In piazza delle Carceri lo speaker è già all'ultima chiamata, come all'aeroporto. Tre minuti e si parte, tra due ali di folla e fotografi. E' lì che qualcuno si fa prendere dall'entusiasmo e spinge: se ne pentirà in seguito. Io no, corsa leggera, conservativa. Davanti ho dieci chilometri, che è come andare a piedi a Poggio a Caiano, non so se mi spiego.
I primi chilometri scivolano via leggeri, senza problemi. Leggera è anche la pioggerella che inizia a cadere dopo il terzo, ma non dà fastidio. Il clima come al solito è di festa, ci sono le squadre numerose che si dividono in gruppetti a seconda del ritmo e fanno conversazione dall'inizio alla fine (ma quando respirano?), ci sono quelli che si riconoscono dopo tanto tempo, quelli che fissano per la Maratona di Parigi ("sperando che non arrivi un kamikaze"), quelli che corrono e soffrono in silenzio. Le gambe di chi scrive cominciano a indurirsi dopo il quinto, sul "dirizzone" della Declassata, ma uno pensa, dai, il più è fatto. E poi ora si torna in centro, si ritrova la gente e anche l'acido lattico sparirà, forse.
In testa ho un obbiettivo minimo, che è quello di arrivare sul traguardo comune prima del vincitore della mezza maratona. L'immagine di me che arranco sul viale Piave mentre mi sfreccia accanto una di quelle gazzelle nere che vanno il doppio è un incentivo potente.
C'è chi sta peggio di me. In via Frascati una ragazzina bassa e in carne si trascina al settimo chilometro (e mi è ancora avanti, comunque) ansimando in maniera preoccupante. Vien quasi voglia di fermarsi a controllare se sta bene, ma prevale il cinismo, o la stanchezza. Più avanti c'è un ragazzo la cui specialità sono gli 800 in pista. È venuto a far correre il padre e si vede che muore dalla voglia di allungare il passo, in poche falcate ne riprenderebbe cento. E invece sta con lui fino alla fine, incitandolo come un allenatore anziano farebbe con l'allievo.. Siamo già in piazza del Comune, si sente odore di traguardo, si sente la voce dello speaker. C'è quella maledetta imprevista deviazione sul Mercatale, ma mollare ora non si può.
Ecco piazza San Marco, uno sguardo al terrazzo della redazione, dove le colleghe hanno promesso di uscire a incitarmi: non c'è nessuno, faremo i conti dopo. Per consolarmi penso al sorriso delle due miss vestite di giallo e in tacchi a spillo che so per certo sono sul traguardo. Ma prima mi volto e chiedo all’ultimo volontario: «Quegli altri dove sono?». Quegli altri sono le gazzelle degli altopiani. «Stanno arrivando, sbrigati» mi risponde. È la spinta decisiva, gli ultimi cento metri li faccio in grande stile, almeno quelli.
E sì, le miss ci sono e sorridono pure.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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