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Pratichetti: «Nel rugby non si può mai pensare di essere “arrivati”»

Pratichetti: «Nel rugby non si può mai pensare di essere “arrivati”»

PRATO. Alle 14,30 di sabato al Chersoni di Iolo, i Cavalieri affrontano i London Irish per l’ultima giornata di Amlin Cup. Ne parliamo col tecnico Carlo Pratichetti. Si può già tracciare un primo...

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PRATO. Alle 14,30 di sabato al Chersoni di Iolo, i Cavalieri affrontano i London Irish per l’ultima giornata di Amlin Cup. Ne parliamo col tecnico Carlo Pratichetti.

Si può già tracciare un primo bilancio?

«Aspettiamo sabato, per ora abbiamo fatto una buonissima Challenge Cup, sono molto soddisfatto di tutti i ragazzi per l' impegno e la passione che hanno messo in campo crescendo tecnicamente di partita in partita. Tutti erano consapevoli che sotto la maglia dei Cavalieri c'era la maglia della nazionale Italiana e che rappresentavamo tutto il movimento».

Per le italiane di Amlin, a parte il Prato, ennesima brutta figura, ma soprattutto in Heineken, dove Benetton e Zebre schierano la nazionale azzurra, nonostante i milioni investiti dalla Fir, non riusciamo a fare neppure un punto. Come mai e come rimediare?

«Mi riallaccio ad una intervista di Cavinato l’allenatore delle Zebre, dove diceva che c' erano dei giocatori che si sentivano arrivati… Beh io penso che il rugby è prima di tutto uno sport di combattimento dove l' aspetto motivazionale è fondamentale e dove la passione deve prevalere su tutto, il voler dimostrare di essere il più forte e di giocare ogni partita come se fosse l' ultima e che i contratti non sono tutto. E’ mai possibile che in tutti questi anni, e con tutti i soldi investiti, la Fir non sia mai riuscita a “inventare” un’apertura o un mediano di mischia italiano, a parte il nostro Gori? Ho l' impressione che la Fir abbia investito e investe ingenti somme per produrre giocatori di alto livello e si producono sicuramente. Per i 10 Scannavacca fece due mete alla Scozia e fu messo fuori, Marcato, Bocchino, Toniolatti che fece la panchina a Mauro Bergamasco a mediano di mischia. C'erano e ci sono talenti in Italia, ma dobbiamo avere il coraggio di farli giocare e di riuscire ad individuarli».

Torniamo a noi, con l’Eccellenza quasi al giro di boa, ma con un livello di gioco disarmante e soprattutto, a parte alcune eccezioni, sempre più verso un semiprofessionismo, che fa intravedere un futuro davvero poco roseo per gli allievi delle varie accademie federali, nate quest’anno. Insomma tanti rugbysti 17enni a scuola, ma poi?

«Sicuramente è stato un momento difficile per tutto il movimento italiano la partecipazione alla Celtic League, anche se è indispensabile. Ancora ci dobbiamo stabilizzare come movimento, i ragazzi delle Accademie devono pensare all'alto livello Celtic e nazionale solo lì ci saranno i veri professionisti. Il campionato di Eccellenza mi sembra che sia leggermente cresciuto a livello di gioco, ma qui dobbiamo crescere tutti tecnici, arbitri, dirigenti e giocatori, dobbiamo lavorare insieme... Abbiamo una missione, far crescere il rugby Italiano».

Riccardo Tempestini

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