Sicurezza
«Il cuore mi ha tradito ma resto nel calcio»
Prato, Leonardo Pettinari poteva finire come Morosini: è stato fermato in tempo. «Sono stato fortunato, mi tengo la vita...»
PRATO. Leonardo Pettinari è un ragazzo che ama il calcio e che ha la passione per il pallone. E' pratese e abita alla Querce vicino ai suoi genitori con la moglie Giusy. Fin da piccolo si vedeva che aveva le doti per arrivare in serie A. Prima la Cattolica Virtus poi la Fiorentina che lo manda alla Sangiovannese dove gioca 19 partite e segna 2 reti, Reggina e a metà campionato a Ravenna. Nel 2009-10 è al Cittadella con 37 presenze e fa 8 gol. L'anno dopo va all'Atalanta che a gennaio 2012 lo gira al Varese e poi si scopre che non può più giocare.
«Il cuore mi ha tradito, comunque sono stato fortunato e per un certo verso miracolato» dice ora.
«Quando mi hanno detto che non avrei più potuto giocare a calcio, sport per il quale ho un rapporto di assoluta devozione, da buon pratese sono juventino anche se ho giocato con la viola, mi sono sentito soffocare. Ancora ci penso ma la fortuna di avere ancora una bella vita e di avere in cielo qualcuno che ha deciso che io non dovessi fare la stessa fine di Morosini e di altri atleti è stato un bel segnale».
Il centrocampista è stato fermato, a soli 27 anni. Nell'ultimo anno e mezzo è stata trovata una cicatrice, cioè un tessuto adiposo, sul ventricolo sinistro, compatibile con una cardiomiopatia aritmogena.
Quali sono stati i primi sintomi?
«Il primo campanello d'’allarme l’avevo avuto nel giugno 2011 con aritmie durante l'allenamento, pochi giorni dopo la vittoria del campionato di B con l’Atalanta. Mi sentivo strano, inspiegabilmente stanco. In ospedale mi hanno trovato le onde T negative, ma dopo una notte in osservazione la situazione si è normalizzata. Sono andato in ritiro e gli esami erano ok. Poi, a novembre, in allenamento, ho avuto un attacco di tachicardia di venti secondi. E pochi mesi dopo, giocavo a Varese, tre in una settimana. Ero terrorizzato e grazie al dottor Giulio Clerici non sono stati sottovalutati i sintomi. Solo la risonanza magnetica ha evidenziato il problema e mi è stata sospesa l'idoneità. Ho fatto ricorso, ma a gennaio 2013 è stato respinto».
Qualcuno in cielo le vuole bene.
«Penso proprio di si perché insieme alla mia famiglia ad ottobre 2011 siamo stati a Medjugorie e dopo due mesi a gennaio 2012 è stato scoperto questo problema che poteva costarmi la vita. Sono stato fortunato. La vita non è aspettare che si calmi la tempesta ma imparare a danzare sotto la pioggia».
Rimarrà nel calcio?
«Intanto ho preso il patentino Uefa che mi permette di allenare ma adesso mi sto guardando intorno».
Il Prato lo segue?
«Sì, è la squadra della mia città e quindi la domenica vado a vedere il risultato, tra l'altro conosco Cavagna e Napoli che ora è a Pisa».
Sono arrivati segni di amicizia?
«Sì, mi sono messo a piangere quando ho visto i miei compagni che contro la Reggina portavano sulla maglietta la scritta "Leo ti aspettiamo" e con la sciarpa al collo ho visto il Varese con la richiesta di andare nei playoff. E così è stato».
Vezio Trifoni
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