Sicurezza
Mosca: «Le società devono investire di più nei tecnici»
Il responsabile del settore giovanile dello Sporting Chiesanuova è allarmato per i tempi lunghi con cui l’ambiente si adegua per eliminare le esasperazioni
PRATO. All’inizio Stefano Mosca, responsabile della Scuola calcio del Chiesanuova 1975, snocciola i numeri, illustra gli obbiettivi ma l’atteggiamento agitato, lo sguardo penetrante fanno intuire che dentro il suo conosciuto “spirito guerriero” ha già preso ad agitarsi.
Ma andiamo per ordine. «Abbiamo un centinaio di ragazzini suddivisi nelle annate dal 2000 al 2007. Gli istruttori sono cinque, Ciro Governali, Daniele Melani, Luca Lombardi, Luigi Vannucchi e Tommaso Caramelli, coordinati da me e da Giovanni Bisulca. Le metodologie di allenamento puntano specialmente sulla tecnica, sull’apprendimento dei fondamentali non trascurando lo sviluppo fisico, la crescita atletica e la tattica sia individuale sia collettiva. I problemi più frequenti? Trovare il giusto approccio coi bambini, oggi completamente trasformati rispetto a qualche anno fa e coi genitori, sicuramente peggiorati e diventati difficili da gestire per le sempre maggiori aspettative che la pratica del gioco del calcio illusoriamente produce e nutre».
Bene, direttore ma ho l’impressione che ci sia qualcosa di più nella sua testa. Ha qualche sassolino che le procura fastidio nelle scarpe forse?
«Sono trent’anni che faccio calcio e cerco di farlo con passione e competenza interessandomi dei ragazzi che mi vengono assegnati a trecentosessanta gradi non tralasciando le esperienze scolastiche né il tessuto familiare di estrazione ma mi sembra sempre di andare violentemente a sbattere contro un muro di gomma che puntualmente mi rinvia indietro ogni proposta, ogni tentativo di rinnovamento».
Ci sono responsabilità della Federazione?
«Assolutamente no. La federazione ha lavorato bene studiando nuove regole tese a ritagliare un calcio quasi su misura a secondo dell’età ma il grosso problema è che in questo mondo, alla fine, c’è tanta, troppa ipocrisia. Il gran “bla bla” non è mai corroborato dai fatti perché alla fine ciò che conta, anche nelle fasce di età più piccole, è solo vincere; per la società, per l’allenatore, per gli stessi genitori. I media poi elencando sconfitte, vittorie, marcatori non aiutano di sicuro».
Mosca, sta dipingendo un quadro abbastanza preoccupante, a suo parere la situazione è irreversibile allora?
«No, assolutamente no. Sarebbe sufficiente avere una maggiore elasticità nei tecnici e una vera collaborazione tra tutte le scuole calcio per uscire dall’impasse: penso, per esempio, all’adozione del primo passaggio libero tramite l’accordo tra i due allenatori nel caso di partite non equilibrate, penso a lasciare più spazio alla fantasia e all’inventiva dei singoli, penso a maggiori e più frequenti stages dei tecnici che potrebbero, per esempio, ritrovarsi con i docenti di Coverciano anche mensilmente, penso a corsi per diventare istruttori più lunghi e difficili. Che differenza c’è, alla fine, tra perdere e vincere se la società che vince dei cinquanta, cento, bambini di partenza se ne ritrova dieci o undici? Certo la selezione deve esserci ma le basi dobbiamo provare a darle al maggior numero di bambini possibile altrimenti il numero dei ragazzi che nei campionati allievi o giovanissimi non saranno capaci di fare un aggancio al volo, un dribbling, uno stop diminuiranno ancora».
Cosa chiedere allora alle società ed ai genitori?
«Alle società di continuare ad investire nella qualificazione dei loro tecnici e delle strutture; i campi in erba sintetica sono la priorità non solo perché rimangono graditi alle famiglie che non hanno più problemi di scarpe e divise infangate ma anche perché sono l’optimum per esercitarsi nella tecnica e perché poi assicurano una continuità di allenamento ma non sarebbe sbagliato riuscire a dotarsi di piccole palestre o di aule dove integrare la pratica con la teoria proiettando immagini, partite, illustrando i primi concetti di tattica e di movimenti in campo coordinati».
«Ai genitori – è un fiume in piena mister Stefano Mosca – far comprendere che il loro volontariato e la loro presenza è indispensabile al calcio giovanile ma deve essere un aiuto responsabile e consapevole. Si deve imparare ad accettare le decisioni del mister, a trattenersi dalle critiche esagerate specialmente in presenza dei ragazzi e a tenere un contegno sportivo in campo e sugli spalti mostrando con l’esempio ai figli cosa voglia dire il rispetto dei compagni, degli avversari, del tecnico e della società. Questo sempre più spesso non accade perché la pratica del calcio non rappresenta più, almeno nelle fasi iniziali, un gioco di partecipazione, collettivo dove apprendere le regole per stare in gruppo ed autodisciplinarsi ma un mezzo per sfondare, quasi una scelta di vita».
Non ha sicuramente torto mister Stefano Mosca il cui sfogo ha messo il dito proprio nella piaga: il desiderio di vincere, di primeggiare sugli altri quasi ad ogni costo è purtroppo il leit motiv di molte società.
Facciamo tutti un passo indietro, proviamo a vivere il calcio giovanile con maggiore serenità e minori aspettative e forse contribuiremo a stemperare anche il calcio professionistico ma certamente avremmo svolto una parte importante a far si che un bambino viva la sport con amore, rispetto ed intelligenza. Nessuno deve dimenticare che solo uno su mille o forse diecimila riesce a fare del calcio la propria professione da adulto. Basta questo miraggio per rischiare di rovinare tutti coloro che non ce la faranno e vivranno l’infanzia con questo miraggio?
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