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Prato

Il caso

Prato, s’inventano una falsa paternità per depredare disabile psichico: in 4 a giudizio

di Paolo Nencioni

	Prato, l'ingresso del Palazzo di giustizia
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Prato, l'ingresso del Palazzo di giustizia

Lo hanno convinto a riconoscere una bambina che non era sua

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PRATO. Gli hanno fatto credere di aver concepito una figlia che in realtà non era sua, lo hanno tenuto chiuso in casa con un lucchetto, lo hanno depredato di tutti i risparmi e infine convinto a firmare una procura a vendere la sua abitazione.

Queste le accuse nei confronti di una giovane donna peruviana e del suo compagno albanese (lei residente a Prato ma domiciliata a Quarrata, lui residente a Pistoia) che avrebbero approfittato dello stato di minorata capacità psichica di un uomo di 54 anni residente a Prato.

Il processo

Il procedimento penale che è in corso in Tribunale e che proseguirà a marzo è frutto di un’indagine condotta dai carabinieri su delega del sostituto procuratore Laura Canovai in seguito a una denuncia presentata il 27 luglio 2023 dal cinquantaquattrenne. Denuncia ritirata pochi giorni dopo su pressione degli indagati, ma ormai la macchina della giustizia si era messa in moto e ha fatto il suo corso, anche perché gli eventuali reati sono molto gravi, e perseguibili d’ufficio. Oltretutto la falsa paternità è già stata smascherata dall’esame del Dna eseguito dal genetista Ugo Ricci.

La relazione fasulla

Secondo quanto accertato dai carabinieri, la donna peruviana (di cui non pubblichiamo il nome in attesa dell’esito del processo) che ha 37 anni, avrebbe finto di avviare una relazione sentimentale col cinquantenne pratese approfittando del suo stato di minorata capacità, quando in realtà era legata a due albanesi di 38 e 55 anni. Col secondo dei due ha concepito una bambina, che è nata alla fine di agosto 2023, quando il cinquantenne pratese aveva già provato a liberarsi dai falsi amici che lo stavano depredando. Ma in qualche modo i due genitori biologici lo hanno convinto che la bambina era sua e gliel’hanno fatta riconoscere all’Anagrafe di Prato agli inizi di settembre. Questo è il reato più grave, punito con pene da 5 a 15 anni di reclusione.

Il piano

Secondo la Procura la manovra faceva parte di una strategia che era iniziata molto prima e aveva l’obiettivo di portare via al cinquantenne tutti i suoi averi. Obiettivo in parte raggiunto, perché già dall’ottobre 2022 la donna peruviana avrebbe sottoposto a vessazioni il suo “fidanzato”, chiudendolo in casa, togliendogli il telefono cellulare e il bancomat e prendendolo per le orecchie, come un bambino, quando non eseguiva i suoi ordini.

La spoliazione dei beni

Sempre a partire dall’ottobre 2022, la donna peruviana insieme al compagno e all’altro imputato albanese, avrebbe convinto il cinquantenne pratese a donarle denaro contante e gioielli per complessivi 27.000 euro e si sarebbe messa in tasca il provento degli affitti delle case di proprietà del pratese per altri 27.000 euro. Non solo. Il 3 agosto 2023, due giorni dopo la falsa attribuzione di paternità, la peruviana e i due albanesi hanno fatto sottoscrivere al cinquantenne pratese, davanti a un notaio di Pistoia, una procura a vendere, a favore della donna, che la autorizzava a mettere in vendita tutti gli immobili del cinquantenne, a stipulare contratti di affitto e a riscuoterne i proventi. Insomma, erano riusciti a prendergli proprio tutto.

Le minacce

Il 6 dicembre 2023, dopo i primi accertamenti dei carabinieri, è stato nominato un amministratore di sostegno, Stefano Magni, ma i “predatori” non hanno mollato la presa. Il vero padre della bambina ha affrontato il cinquantenne pratese, lo ha preso a schiaffi, gli ha vietato di parlare con l’amministratore di sostegno e coi vicini e lo ha minacciato: «Ci hai denunciato, ci hai rovinato la vita, non sai quanto hai da pagare». La donna peruviana, a cui era stato imposto il divieto di avvicinamento alla parte lesa, è stata arrestata il 16 febbraio 2024 perché, insieme alla sorella, ora anche lei imputata, ha organizzato un incontro col cinquantenne a cui erano presenti anche i due albanesi e la bambina piccola. Ciò nonostante, un mese dopo, lo hanno richiamato al telefono, violando di nuovo il divieto. Tutto per convincerlo a ritrattare le sue accuse. Ma il cinquantenne, con l’aiuto dell’amministratore di sostegno Stefano Magni e dell’avvocato Christian Vannucchi, che ora rappresenta la parte civile, ha tenuto duro e ora spera di avere giustizia. La richiesta di rinvio a giudizio firmata dal sostituto procuratore Canovai porta la data del 10 ottobre e il processo è iniziato mercoledì davanti al giudice Marco Malerba. I reati contestati sono l’alterazione di stato, la circonvenzione di incapace e il sequestro di persona. 
 

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