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Prato

Tribunale

Prato, immobiliaristi assolti dall’accusa di estorsione ai danni degli imprenditori cinesi

di Paolo Nencioni

	Una veduta del Macrolotto industriale di Prato
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Una veduta del Macrolotto industriale di Prato

Si è concluso il processo sulla cosiddetta “buona entrata”: ingenti pagamenti in nero per prendere in affitto i capannoni del Macrolotto

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PRATO. Non ha retto in aula l’accusa di estorsione mossa nei confronti di due proprietari immobiliari, Alessandra Ducci ed Enrico Gatti, marito e moglie, e dell’agente immobiliare Lorenzo Gentili, a cui era stato contestato di aver imposto la cosiddetta “buona entrata”: il pagamento di centinaia di migliaia di euro in nero per dare in affitto i capannoni industriali ai cinesi. Oggi, 18 luglio, il giudice dell’udienza preliminare Francesca Scarlatti ha assolto gli imputati, che erano difesi da Manuele Ciappi, Tullio Padovani e Giovanni Renna, al termine del processo che è stato celebrato col rito abbreviato. È così fallito il tentativo della Procura, ieri rappresentata in aula dal pubblico ministero Vincenzo Nitti, di dare rilevanza penale a un malcostume, quello del “biglietto d’ingresso” nei capannoni, di cui si parlava da tempo nel Macrolotto.

L’inchiesta era nata dalla denuncia presentata da un imprenditore cinese (parte civile con l’avvocato Tiziano Veltri) nel gennaio 2022, alla quale poi se ne sono aggiunte un’altra dozzina.

La tesi sostenuta dalla Procura era che gli immobiliaristi avrebbero chiesto il versamento di 400.000 euro in nero per ogni capannone affittato, a titolo di “buona entrata”. In un caso, quando erano già uscite alcune anticipazioni dell’inchiesta sui giornali, avrebbero adeguato un contratto di locazione senza chiedere l’obolo, ma raddoppiando l’importo dell’affitto da un giorno all’altro, così da incassare la stessa cifra che altrimenti avrebbero incassato con la “buona entrata”, anche se per quanto riferito da Gentili, gli affittuari avrebbero preferito pagare in nero.

Quando hanno ricevuto gli avvisi di garanzia, i due immobiliaristi si sono presentati all’Agenzia delle entrate per versare 2 milioni di euro, cioè le tasse che avrebbero dovuto pagare sui 5,2 milioni calcolati dalla guardia di finanza come somma delle “buone entrate”. Hanno dunque saldato i conti con l’erario continuando a negare l’accusa di estorsione. E hanno avuto ragione.

«Abbiamo sempre sostenuto che le somme pagate dai conduttori cinesi ai locatori prima di prendere possesso degli immobili costituissero porzioni di canone ultradecennali pagate in anticipo ed in contanti, secondo una prassi condivida da entrambe le parti in causa, inevitabile in un mercato di conduttori privi di garanzia e, purtroppo spesso, anche di affidabilità – sostiene l’avvocato Manuele Ciappi – La modalità del pagamento in contanti comportava evidenti profili di irregolarità fiscale, che i nostri assistiti hanno immediatamente provveduto a sanare, ma siamo sempre stati convinti che non potesse trattarsi in alcun modo di estorsioni. Pur sapendo che pende ancora un analogo procedimento da decidere e che la sentenza di oggi potrà ovviamente essere oggetto di impugnazione da parte della Procura, non possiamo non essere soddisfatti e sollevati davanti a questa prima pronuncia che ha affermato l’insussistenza del reato di estorsione».

«Sono molto felice di questa decisione – commenta l’avvocato Giovanni Renna – Molto contento soprattutto per il mio assistito (Lorenzo Gentili, ndr), che in questi anni si è sempre professato innocente e che ha sofferto. E’ una decisione che ha recepito la tesi difensiva dell’insussistenza del fatto e che fissa, pertanto, l’assunto, seppur non definitivo, che non vi è stata alcuna estorsione».

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