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Il caso

Prato, dimezzato il maxi-processo sui rifiuti spediti in Cina e in Tunisia

di Paolo Nencioni
Prato, dimezzato il maxi-processo sui rifiuti spediti in Cina e in Tunisia

Quasi la metà dei 98 indagati sono stati prosciolti dal giudice dell’udienza preliminare dopo 7 anni e la prescrizione è sempre più vicina

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PRATO. C’è un altro maxi-processo che è stato dimezzato e si avvia a grandi passi verso la prescrizione. Stiamo parlando dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che nel 2017, cioè sette anni fa, portò all’iscrizione nel registro degli indagati per ben 98 imprenditori e 61 società, molte delle quali gravitanti su Montemurlo, per la presunta violazione delle norme che regolano l’esportazione di materia plastiche e indumenti usati verso la Cina e la Tunisia (la plastica prevalentemente in Cina e gli indumenti usati in Tunisia).

Ieri, 31 maggio, il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Firenze, Angelo Antonio Pezzuti, ha disposto il proscioglimento di una parte degli imputati, difesi tra gli altri dagli avvocati Costanza Malerba, Federico Febbo, Manuele Ciappi, Antonino Denaro e Mauro Cini. In questo caso il giudice ha deciso nel merito, ma il 30 giugno dell’anno scorso il processo era già stato “azzoppato” grazie alla prescrizione.

Inoltre per sei imputati il processo è stato sospeso perché non c’era la prova che fossero a conoscenza delle accuse che venivano a loro mosse.

Complessivamente quasi la metà dei 98 imputati sono già usciti dal procedimento senza danni. Gli altri dovranno attendere altre due udienze fissate dal gup, il 3 ottobre e il 21 novembre, per conoscere la loro sorte, ma da quanto si capisce possono dormire sonni relativamente tranquilli, perché la prescrizione si avvicina a grandi passi. Il processo, che al momento viene trattato a Firenze perché di competenza della Direzione distrettuale antimafia, finirà in Tribunale a Prato, non prima del 2025. Una parte degli imputati devono rispondere di associazione a delinquere, ma anche per loro la prescrizione non è molto lontana.

Il 7 febbraio di sette anni fa il sostituto procuratore Angela Pietroiusti della Dda, insieme al procuratore Giuseppe Creazzo, firmò un avviso di chiusura indagini nei confronti di 98 indagati (74 italiani, 22 cinesi, un giordano e uno sloveno), e 61 società con sede a Prato, Montemurlo, in Veneto e in Campania.

Agli indagati la Dda contestava di non aver rispettato le regole dell’Italia, dell’Unione europea e dei paesi esteri in materia di spedizioni di rifiuti non pericolosi, realizzando un cospicuo guadagno. Centinaia di container pieni di rifiuti plastici sono partiti dal 2009 in poi dai porti di Livorno e Genova (ma anche Palermo e La Spezia) alla volta dei porti cinesi. Per spedire quei container con migliaia di tonnellate di plastica, disse in sostanza il magistrato, servivano controlli e permessi che non sono stati chiesti. Ecco perché ora sono tutti indagati. La plastica viene in gran parte dalle aziende del Nord Italia e l’anello di congiunzione sono i cinesi residenti a Prato che hanno contatti con gli imprenditori del nord e con le società che ricevono la plastica in Cina.

Quanto agli indumenti usati che riempiono molti capannoni di Oste e Montemurlo, anche questi finiscono nei container ma sono diretti prevalentemente in Tunisia, dove vive ormai stabilmente uno degli indagati, Vincenzo Ascione. In questo caso la Procura ha contestato la mancanza di certificazioni sull’abbattimento della carica batterica e di altri permessi.

Nel 2017 sembrava un terremoto, ma come spesso accade, la montagna ha partorito un topolino. 

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