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Tribunale

Prato, 14 condanne e confische per 62 milioni al processo per le “frodi carosello” sull’Iva: i nomi

di Paolo Nencioni

	La conferenza stampa nel 2019 quando scattarono le misure
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La conferenza stampa nel 2019 quando scattarono le misure

È l’esito del procedimento con rito abbreviato nato dall’operazione “Gagaro” sull’evasione grazie alle ditte fantasma e alle fatture per operazioni inesistenti

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PRATO. Quattordici condanne per un totale di 36 anni di reclusione sono state comminate dal giudice dell’udienza preliminare Marco Malerba al termine del processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta che nel 2020 fu chiamata “Gagaro” su una serie di “frodi carosello” per centinaia di milioni di euro: evasione dell’Iva tramite interposizione di società di comodo e uso di fatture per operazioni inesistenti.

Il principale imputato, Mirko Bellucci, difeso da Patrizio Fioravanti, è stato condannato a 6 anni di reclusione. Ecco le altre condanne: Paolo Raffaello Fabiano 3 anni e quattro mesi, Cristina Beneforti 4 anni, Josef Ferrando 3 anni e quattro mesi, Cristian Migliore 3 anni, quattro mesi e 20 giorni, Andrea Romani 2 anni, sei mesi e 20 giorni, Antonio Zizzamia 2 anni, 6 mesi e 20 giorni, Devil Bellucci un anno e quattro mesi, Erica Nannini un anno, cinque mesi e 10 giorni, Mario Bellucci 3 anni, Stefano Nardi un anno e otto mesi, Daniele Zini un anno e due mesi, Mauro Zezza due anni, Luca Fabiano 6 mesi.

Altri imputati sono stati assolti, mentre il giudice ha ordinato la confisca di oltre 62 milioni di euro dai conti correnti delle società Penta Plastic, Fi Plastic, Phoenix Plast, Plastic Trading Enterprise, Lufra Chemical, Effe Plast, Kemy Plast, Emy Plast, Dena Plastic, Florence Plast e Stefano Plastic, in quanto profitto del reato.

Nel giugno del 2022, a conclusione degli accertamenti, gli inquirenti stimarono un giro di affari per circa seicento milioni di euro, una evasione dell’Iva per almeno cento milioni e il coinvolgimento di trenta società di cui otto all’estero con sedi fra Slovenia e Repubblica Ceca. Delle ventidue presenti in Italia, secondo gli investigatori, dodici erano delle semplici “cartiere” ovvero utilizzate solo per emettere fatture per operazioni inesistenti al fine di evadere l’Iva, altre tre fungevano da filtro e le rimanenti sette si occupavano di vendere i prodotti che finivano sul mercato a prezzi molto più bassi rispetto a quelli delle altre aziende concorrenti, falsando di fatto il mercato stesso. Già nel 2019 il gip aveva disposto sequestri per 26 milioni di euro e 17 misure cautelari.

Provvedimenti che portarono in carcere Mirko Bellucci di Vaiano, ritenuto la mente della frode, e ai domiciliari, tra gli altri, Cristina Beneforti di Pistoia, Josef Ferrando di Buggiano, Cristian Migliore di Alessandria, Stefano Nardi di Prato, Andrea Romani di Montecatini, Devil Bellucci di Prato, Erika Nannini di Prato, Mario Bellucci di Vaiano, Antonio Zizzamia di Prato,  Raffaello Paolo Fabiano di Bollate, Luca Fabiano di Novate Milanese. Altri venti furono indagati, e fra questi ultimi ci sono anche cinque consulenti fiscali e amministrativi, accusati di aver curato la contabilità delle società coinvolte conoscendone "gli scopi e le finalità".

Secondo la procura pratese, l’operazione “Gagaro” coordinata dall’allora procuratore Giuseppe Nicolosi e dal sostituto Laura Canovai, altro non è che lo scoperchiamento di una "frode carosello", ovvero un collaudato sistema di scambi di beni tra diverse società allo scopo di evadere le tasse. In questo sistema alcune delle società coinvolte nella truffa si accollano i debiti Iva verso l'erario e poi non pagano. La colossale frode, secondo gli inquirenti, sarebbe stata ideata dal pratese Mirko Bellucci, 46 anni, originario di Vaiano, accusato di associazione per delinquere, dichiarazioni fraudolente, emissione di fatture per operazioni inesistenti, omesso versamento Iva e indebita compensazione. L’attività commerciale usata per creare il sistema delle frodi era il commercio dei polimeri, ovvero granuli ricavati dal petrolio che servono per la produzione della plastica, che venivano acquistati da società con sede in Slovenia e nella Repubblica Ceca, ma facenti sempre capo agli italiani, e poi fatti transitare da società "cartiere" e società "filtro" prima di essere venduti in Italia a prezzi stracciati (grazie al mancato pagamento dell'Iva). In certi casi la merce restava nei magazzini, la vendita era simulata e serviva soltanto a costituire un illecito credito Iva. Tra coloro che finirono agli arresti domiciliari c'è anche il trentanovenne Josef Ferrando, originario di Lucca e residente a Borgo a Buggiano, imprenditore nel settore delle materie plastiche, che è salito agli onori delle cronache quando sembrava intenzionato ad acquistare la Lucchese. Le indagini della guardia di finanza sulla frode sono iniziate praticamente in contemporanea a Livorno e a Prato, dopo la scoperta di una società con sede a Prato che nel giro di un anno aveva realizzato dal nulla un fatturato di quasi 20 milioni di euro, omettendo di versarne 4,3 di Iva. Un'altra start up di Livorno, invece, era riuscita a vendere polimeri per oltre 25 milioni di euro in meno di tre anni. Complessivamente la Finanza aveva trovato nei primi riscontri effettuati fatture per operazioni inesistenti pari a oltre 200 milioni di euro, con un'evasione Iva di circa 40 milioni e omessi versamenti d'imposta per oltre 20 milioni. Numeri che sono poi lievitati fino a quelli stimati alla chiusura delle indagini, che parlano di un giro di affari di seicento milioni e di una evasione Iva di circa cento milioni di euro.

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