Sicurezza
Violenza sessuale, chiesta la condanna a sei anni e sei mesi per il figlio dell’ex vicesindaco di Prato
A denunciare l’uomo è stata la figlia di un’amica di famiglia che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 14 anni
PRATO. Sei anni e sei mesi di reclusione. Questa la condanna chiesta dal pubblico ministero Laura Canovai nei confronti di Gabriele Borchi, il figlio dell’ex vicesindaco Goffredo Borchi (giunta Cenni dal 2009 al 2014), accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazza che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 14 anni.
La requisitoria del pm è stata preceduta, davanti al collegio presieduto dal giudice Francesco Gratteri, da una lunga dichiarazione spontanea dell’imputato, che ha tentato di smontare pezzo per pezzo la tesi accusatoria.
A puntare il dito contro Borchi era stata nell’autunno del 2014 la figlia di un’amica di famiglia. Secondo la ricostruzione dell’accusa l’imputato la aiutava a fare i compiti quando la madre si doveva assentare. Con la madre Borchi aveva avviato una relazione clandestina e fu la donna, dopo aver raccolto le confidenze della figlia, a presentare una denuncia ai carabinieri, secondo la quale l’uomo, all’epoca trentottenne, aveva riservato attenzioni particolari anche alla ragazza. A sostenere l’accusa ci sono, oltre al racconto della figlia, anche alcuni messaggi abbastanza espliciti sul telefonino della ragazza e le testimonianze degli amici coi quali lei si era confidata. La frequentazione dell’ufficio di Borchi, secondo la ricostruzione della difesa confermata dalle risultanze dell’incidente probatorio, era legata ad esigenze della madre che doveva portare le figlie a fare sport nel pomeriggio e quindi le ragazze venivano accompagnate in ufficio dalla nonna in orario di lavoro e lasciate alla madre.
Borchi, difeso dagli avvocati Tesi, Nesti e Ciappi, ha sempre negato tutto, e lo ha fatto anche ieri leggendo la sua dichiarazione, nella quale sostiene che la madre della ragazza avrebbe costruito, d’accordo con la figlia, assistita dall’avvocato Veltri, un castello di calunnie motivate dal rancore della donna, che gliel’avrebbe giurata di fronte al suo rifiuto di iniziare una relazione alla luce del sole con lei, lasciando la compagna dell’epoca. Quanto alla figlia, secondo questa tesi, avrebbe spalleggiato la madre dopo aver saputo che Borchi aveva avuto una relazione con la madre epoi l’aveva rifiutata. Sui messaggi rimasti nella chat del telefonino, l’imputato ha detto che erano affettuosi, dunque equivocabili. «Alcuni mi sembrava impossibile averli scritti io» ha aggiunto. Durante uno degli interrogatori in Procura lo stesso imputato ha fatto vedere al pubblico ministero una falsa chat creata col nome del sostituto Canovai, per mostrarle quanto fosse facile, ma forse non sarà questa la principale linea difensiva. Ci sarebbe anche un eventuale movente economico, secondo Borchi, sostenuto da un’intercettazione nella quale la madre della ragazza parlando con un’amica dice: «Se si vince si va tutti in ferie».
Il pubblico ministero ha ribattuto in aula che le prove raccolte sono solide (i messaggi nella chat, le pagine di un diario, le testimonianze degli amici) e che la tesi del complotto è difficile da sostenere, perché significherebbe aver convinto un numero troppo grande di persone. Per questo ha chiesto la condanna dell’imputato, mentre la parte civile, rappresentata dall’avvocato Veltri, ha chiesto un risarcimento di 10.000 euro per la figlia e di 20.000 euro per entrambi i genitori della ragazza. Il processo è stato rinviato al 3 giugno, quando è attesa la sentenza. Un verdetto non prevedibile. L’unica cosa certa è che sette anni sono oggettivamente tanti per un procedimento che non è ancora arrivato al primo grado di giudizio.
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