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Prato, finisce in carcere per errore: cinque mesi d'inferno e ora il maxi risarcimento

di Paolo Nencioni
Prato, finisce in carcere per errore: cinque mesi d'inferno e ora il maxi risarcimento

La storia di un uomo che fu denunciato al posto di un’altra persona: il calvario per dimostrare l'innocenza e il lieto fine con indennizzo

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PRATO. Il caso di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo liberato dopo 33 anni di carcere per un reato che non aveva commesso, la strage di Sinnai (tre morti nel gennaio 1991 in provincia di Cagliari), ha riacceso i riflettori sugli errori giudiziari, che non sono sempre così eclatanti, ma che comunque non dovrebbero accadere.

Errori grandi e piccoli, che incidono sulla vita delle persone e poi spesso finiscono con un risarcimento che non risarcisce mai del tutto. È il caso di Ahmed Gulzar, un uomo di nazionalità pachistana che nel febbraio del 2017 è finito alla Dogaia con l’accusa di tentato omicidio, successivamente derubricata in lesioni gravissime e violenza privata, per poi essere scarcerato e assolto con tante scuse. Oltre a un risarcimento di 80.000 euro, che gli è stato accordato nelle scorse settimane e presto finirà sul suo conto corrente.

Ma per parlare di un errore giudiziario non basta l’assoluzione. È necessario che nel corso delle indagini o del procedimento penale sia stato commesso un errore che poteva essere evitato, come è accaduto ad Ahmed Gulzar, difeso dall’avvocato Stefano Belli.

Gulzar fu arrestato in seguito alla denuncia di un marocchino che lavorava nei campi alle dipendenze di alcuni “caporali” pachistani. All’inizio del 2017 il marocchino finì all’ospedale dopo un infortunio sul lavoro, ma raccontò di essere caduto in casa. Poi andò dalla polizia e raccontò la verità. Qualche giorno più tardi fu investito da un furgone a Galciana e rischiò di lasciarci le penne. Fece un’altra denuncia, dicendo di aver riconosciuto a bordo del furgone il suo “caporale”, un pachistano, insieme a un altro pachistano, che identificò in Ahmed Gulzar. I due finirono alla Dogaia, ma Gulzar protestò subito la sua innocenza. Anche il sostituto procuratore Antonio Sangermano ebbe qualche dubbio e per questo chiese un incidente probatorio nel quale mettere a confronto il marocchino coi due arrestati per verificare la fondatezza del riconoscimento.

Ma dagli uffici della Procura, per una dimenticanza, quella richiesta di incidente probatorio non è mai partita e l’incidente non si fece. Nel frattempo il magistrato ottenne il trasferimento a Firenze e Ahmed Gulzar rimase alla Dogaia per cinque mesi, quando finalmente ottenne gli arresti domiciliari. Che non ci fosse lui sul furgone che investì il marocchino lo si desume anche dal fatto che gli accertamenti della polizia stradale lo collocarono all’Impruneta mentre avveniva l’investimento. Poi al processo con rito immediato, nel gennaio del 2018, il marocchino non riconobbe né lui né l’altro imputato, che sono stati entrambi assolti. Ora arriverà una riparazione da 80.000 euro.

 

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