Il Tirreno

Prato

L’inchiesta

I riciclatori di denaro sporco si facevano pubblicità sui social: 12 arresti. Sequestri anche in Toscana

I riciclatori di denaro sporco si facevano pubblicità sui social: 12 arresti. Sequestri anche in Toscana

Ha toccato anche Prato e Pistoia l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Sequestri di beni per 8,4 milioni di euro

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PRATO. Si facevano pubblicità sui social network per attirare un pubblico giovanile verso prodotti di tendenza i 25 indagati dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli che sono ora accusati di riciclaggio di denaro sporco, ricettazione, detenzione e porto illegale di arma da fuoco in luogo pubblico, oltre che di tentata estorsione e tentato omicidio aggravati dal metodo mafioso. Tre persone sono finite in carcere, altre nove agli arresti domiciliari.

L’inchiesta di carabinieri e guardia di finanza ha toccato anche la provincia di Prato, insieme a quelle di Bologna, Napoli, Pistoia, Monza e La Spezia, e ha portato al sequestro di beni per 8,4 milioni di euro.

Il provvedimento trae origine dalle indagini svolte nei confronti di un gruppo imprenditoriale con base nel capoluogo partenopeo che avrebbe riciclato in numerose società, acquisite o costituite in Italia e all’estero, ingenti somme di denaro provenienti da frodi fiscali mediante indebite compensazioni o da reati di contraffazione.

Gli indagati avrebbero fittiziamente intestato le società a soggetti prestanome, reclutati e remunerati, al fine di sottrarsi ad eventuali provvedimenti di sequestro. Si sarebbero avvalsi, inoltre, di professionisti compiacenti per realizzare operazioni di riciclaggio nei settori economici più variegati, come l’abbigliamento “di tendenza”, la vendita di orologi a marchio contraffatto, il commercio di alimentari e di prodotti informatici, la ristorazione e il trasporto merci.

Avrebbero anche acquisito il 50% del capitale sociale di una clinica per autistici in provincia di Campobasso reimpiegando quasi 3 milioni di euro di origine illecita.

Gli investimenti erano accompagnati da immagini e commenti pubblicati, quasi quotidianamente, sui principali social network, all’indirizzo soprattutto di un pubblico giovanile, per pubblicizzare l’apertura di nuove linee commerciali ed enfatizzare un tenore di vita del tutto incompatibile con gli esigui redditi dichiarati al fisco.

Alcuni soggetti attinti dal provvedimento avrebbero preso parte anche ad ulteriori vicende criminali, come la detenzione e il porto illegale di armi, la tentata estorsione e il tentato omicidio, aggravati dal metodo mafioso, ai danni di un soggetto nei cui confronti vantavano un credito per un affare non andato a buon fine.

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