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Prato

Tribunale

Prato, divise da carabiniere vendute a chi non le poteva acquistare: in aula testimonia Staffelli di “Striscia”

di Paolo Nencioni

	Valerio Staffelli, inviato di "Striscia la notizia", prima dell'inizio del processo
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Valerio Staffelli, inviato di "Striscia la notizia", prima dell'inizio del processo

L’imputato è un imprenditore cinese che ha ammesso l’errore ma sostiene di essere stato in buona fede

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PRATO. Da “Striscia la notizia” a un’aula di Tribunale. Non come imputato, ma come testimone in un processo per una curiosa storia ambientata a Prato. Valerio Staffelli, l’inviato del tg satirico di Canale 5, è stato sentito oggi, 21 dicembre, nel procedimento a carico di Zhang Lin, un cinese di 44 anni accusato di aver messo in vendita uniformi da carabiniere anche a chi carabiniere non è.

Il processo nasce da un servizio di “Striscia” trasmesso nel marzo del 2021 che dava conto della vendita di un cinturone e di una divisa da carabiniere, originali, a un collaboratore di Staffelli, Simone De Pasquale, anche lui sentito come testimone. La società di Zhang, questa la tesi dell’accusa, poteva vendere quelle divise grazie a un’autorizzazione della Prefettura, ma solo dietro la presentazione di un tesserino che attestasse l’appartenenza alle forze dell’ordine. Nel caso in questione, invece, come ha ammesso lo stesso imputato, la cosa non è accaduta. “Striscia” ha acquistato gli articoli sul web e poi è andata a chiederne conto al rivenditore. «Fissammo un appuntamento – ha raccontato Staffelli – e lui si presentò col figlio. Non fu molto loquace». Era la fine di marzo di due anni fa e Zhang non la prese bene, minacciò di andare lui stesso dai carabinieri a denunciare, come in effetti fece, al comando di Prato. Staffelli e il suo collaboratore lo aspettavano alla caserma di Sesto Fiorentino, dove non si presentò.

"Striscia” ha fatto più di un servizio sul commercio di divise originali delle forze dell’ordine perché ritiene, a ragione, che se finiscono nelle mani sbagliate possono servire a commettere truffe ai danni di anziani o anche reati più gravi. Ecco perché decise di tentare l’acquisto senza mostrare alcun tesserino.

L’imputato, difeso da Salvatore La Bella, ha ammesso di aver fatto un errore, ma dice di essere stato in buona fede. E appena se ne accorse, sostiene, si disse disposto a restituire il denaro e a riprendersi la divisa. Dice anche che in 700 vendite simili era la prima volta che vendeva senza vedere il tesserino di riconoscimento. Una bella sfortuna. Secondo una relazione dei carabinieri, invece, sarebbero almeno 19 i casi in cui le divise sono state vendute senza tesserino di riconoscimento. La circostanza sarà oggetto di discussione alla prossima udienza, fissata per il 23 gennaio.

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