Sicurezza
Prato, i cinesi si tengono le statue di Beccaglia e saranno processati
Fratello e sorella rinviati a giudizio per tentata estorsione nei confronti dei figli dell’imprenditore scomparso nel 2012
PRATO. Due imprenditori cinesi, fratello e sorella, sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di tentata estorsione nei confronti di due fratelli italiani, Thomas e Greta Beccaglia, figli dell’imprenditore Valdemaro, già presidente del Museo Pecci e scomparso il 20 gennaio del 2012.
Oggetto del contendere sono due statue realizzate dall’artista olandese Elisabet Stienstra e che fino a qualche tempo fa campeggiavano sul tetto del capannone dell’azienda della famiglia Beccaglia, il Gruppo tintoriale alla Madonna della Tosse, al confine tra Prato e Vaiano. Non la famosa statua del soldato sovietico con tanto di kalashnikov che era esposta in una garitta, ma le statue di bambine per le quali l’allora bambina Greta Beccaglia, poi assurta agli onori delle cronache per essere stata palpeggiata da un tifoso viola dopo un Empoli-Fiorentina, fece da modella.
Il padre Valdemaro era un grande appassionato di arte contemporanea e volle dare un tocco di creatività al capannone commissionando le opere ed esponendole in un luogo insolito, appunto il tetto della sua azienda.
Dopo la sua scomparsa il capannone alla Madonna della Tosse è stato prima affittato e poi venduto a un imprenditore cinese, che ora sarà processato insieme alla sorella perché si vuole tenere le statue. O meglio, secondo l’accusa, insieme alla sorella avrebbe chiesto 30.000 euro ai fratelli Beccaglia per restituirle.
La questione in realtà è un po’ più complicata di come potrebbe sembrare, tanto che il procuratore Laura Canovai in un primo tempo aveva chiesto l’archiviazione delle accuse, nate da una denuncia per appropriazione indebita presentata dai fratelli Beccaglia nel giugno 2020. Sembrava più che altro una questione da risolversi in sede civile, ma i figli di Beccaglia si sono opposti all’archiviazione e oggi, 28 novembre, dopo un supplemento d’indagine, anche il pubblico ministero Canovai ha chiesto e ottenuto dal gip il rinvio a giudizio dei due cinesi.
Secondo i fratelli Beccaglia, al momento della vendita del capannone le statue di Elisabet Stiestra erano state escluse dalla vendita. Secondo i compratori, invece, nel contratto le statue non erano contemplate e dunque dovevano restare in loro possesso. Nel corso delle indagini è stato sentito il notaio, che ha detto di non aver ricevuto istruzioni sul punto dalle parti (smentendo così indirettamente i querelanti), mentre l’assessore regionale Stefano Ciuoffo, che in qualità di ingegnere aveva assistito i fratelli nella vendita, ha detto di non ricordare come le parti si fossero messe d’accordo.
Insomma, la questione era rimasta in sospeso. In realtà le statue erano tre: una è stata restituita dai cinesi ai fratelli Beccaglia, mentre le altre due sono state portate in un magazzino. Ora sarà un processo a stabilire di chi sono e se effettivamente c’è stato un tentativo di estorsione.
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