Sicurezza
Prato, pediatra-detective va in pensione dopo 40 anni. Dalle missioni all’estero ai libri: «Continuerò da volontario»
Il medico e scrittore di gialli ha lavorato anche in Sudan, in Afghanistan e in Ucraina. «Fiero comunista» non ha dubbi: «Niente libera professione»
«Dottore, si ricorda di me? Sto per laurearmi in medicina e ci tenevo a dirglielo». Il dottore ci pensa un po’ su: in 41 anni di carriera si rischia di perdere il conto dei propri assistiti. Poi il nome gli affiora alla mente: quella ragazza con il futuro camice bianco che nei giorni scorsi si è presentata in studio per un saluto è stata una sua paziente. Lui, invece, il camice bianco sta per appenderlo al chiodo. “Elementare, Watson”, si potrebbe pensare, parafrasando il mitico Sherlock Holmes caro alla sua penna di giallista: il dottor Enrico Solito, pediatra, neuropsichiatra infantile, scrittore, fiero comunista (è stato segretario prima di Sel e poi di Sinistra italiana a Sesto Fiorentino), classe 1954, è in età pensionabile anche se gli manca ancora un anno per spegnere 70 candeline. E quindi no, non era per nulla elementare la decisione di anticipare di un anno la pensione. Nessun mistero alla Sherlock Holmes: c’è un cartello che ne dà l’annuncio, affisso dietro la porta dell’ambulatorio negli studi Iqbal a Mezzana. Un messaggio pieno di affetto, con un consiglio per grandi e piccini: «Studiate, leggete, crescete informati: solo così potrete trasformare questo mondo, rendendolo un po’ migliore di oggi. Se lo farete, sarà come se avessi contribuito anche io attraverso voi a questo risultato».
Parola di medico-detective che ha pubblicato una ventina di racconti fra romanzi storici e scritti apocrifi su Holmes: Solito è stato il primo italiano ammesso al più antico gruppo holmesiano nel mondo, “The Baker Street Irregulars”.
Il pediatra che dal primo settembre ha affidato i suoi piccoli pazienti a un giovane ma esperto collega (il dottor Daniele Serranti: il passaggio sarà automatico) ha scritto una lettera al sindaco Biffoni per ringraziare la città che lo ha accolto e gli ha dato fiducia, a lui che è nato a Roma e ha passato l’adolescenza in Puglia per poi trasferirsi a Firenze per studiare medicina. La sua è stata davvero una carriera in prima linea. Laddove “in prima linea” o “in trincea” in gergo sanitario diventano spesso espressioni abusate. Ma la trincea dei bambini che muoiono tutti i giorni Solito l’ha vista veramente, nel Darfur in Sudan e in Afghanistan lavorando con Emergency. E poi l’anno scorso in Ucraina con Mediterranea.
Dottor Solito, ci siamo. Perché non aspettare i 70 anni per la pensione?
«È un giro di boa che dovevo affrontare prima o poi e bisognava farlo a un certo momento. Una cosa è certa: non farò il pediatra di libera professione ma continuerò a fare il medico, stavolta come volontario. L’altro giorno ero con Medu (Medici per i diritti umani, ndr) fra gli homeless di Prato: un mondo che ci passa accanto, invisibile. Ho scoperto che uno vive in auto nel garage qui sotto ma non ci avevo mai fatto caso».
Sempre dalla parte degli ultimi, anche con Emergency.
«Sono stato tre volte in Sudan fra il 2009 e il 2011 e tre volte in Afghanistan nell’unico ospedale da campo pediatrico. Avevo conosciuto Gino Strada e con Emergency avevamo messo in piedi un programma di assistenza pediatrica. In Darfur ho visto morire 40 bambini per meningite e denutrizione. I quei posti la meningite è normale».
Parola d’ordine: vaccinare.
«Sempre stato favorevole alla legge sull’obbligo vaccinale. Oggi si può dire che i vaccini soffrono della loro bontà. È matematico: dato che funzionano bene, le malattie spariscono e la gente se ne dimentica. Ma io me lo ricordo quando lavoravo al vecchio Meyer ai primi anni Ottanta: decine di bambini fulminati dalla paralisi a causa della poliomelite vivevano nel polmone d’acciaio».
Vaccini a parte, com’è stato il rapporto con i genitori?
«Alcuni non si fanno educare e pretendono soluzioni immediate che non esistono. Il Covid ha peggiorato la situazione perché ha allontanato le persone dalle malattie per tre anni. L’anno scorso con il ritorno a scuola senza mascherine si sono rivisti raffreddore e tosse: è sembrato di tornare indietro nella relazione con i genitori».
Oltre quarant’anni di pediatria a Prato, di cui lei è stato una delle colonne portanti. Com’è cambiata la sua professione?
«All’inizio eravamo i medici con la valigetta che andavano a casa, oggi abbiamo un approccio più scientifico, siamo in grado di fare più cose. Questo è un ambulatorio di punta con un gruppo che offre un’assistenza pediatrica completa: qui si fanno emocromo, prove allergiche, Pcr. Siamo diventati una piccola clinica. La pediatria è cambiata totalmente: l’abbiamo cambiata noi, talvolta contro la volontà della gente. Sono orgoglioso dei passi che abbiamo fatto e di aver formato tanti giovani colleghi».
Enrico Solito è più pediatra, scrittore o militante di sinistra?
«Come si fa a distinguere? Sono tutte e tre. Appartengo a una generazione che vedeva nella politica la possibilità di cambiare il mondo. Oggi ho ancora la tessera di Sinistra italiana anche se con molta disillusione. Il partito non è più lo strumento per cambiare la società. Per certi versi siamo ancora al 1848 quando Marx scriveva che un fantasma si aggira per l’Europa. Sono troppo vecchio per dare stimoli e idee ma mi piace pensare di aver seminato qualcosa. Fa la differenza se una cosa la fai o non la fai».
Il medico-detective tornerà a scrivere?
«Di sicuro. Mica mi metterò a scaricare l’app dei cantieri aperti (ride, ndr). Ho fondato il club del giallo a Sesto Fiorentino, frequento il club di Pistoia e sto progettando un festival. Scriverò e leggerò tanto. Intanto mi aspetta un lungo viaggio in Spagna».
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